
In 8vo (cm 15); pergamena recente; pp. 94 (recte 96). Marca tipografica al titolo. Piccolo foro abilmente restaurato nel margine superiore delle prime cinque carte che solo in due casi tocca il testo, per il resto ottima copia.
RARA PRIMA EDIZIONE di questa fortunata commedia che fu nuovamente stampata nel 1557 e nel 1597.
«Scandita dall’incalzante ritmo del motivo conduttore del travestimento, La Fantesca costituisce l’ultima, più matura ed interessante commedia che il Parabosco compone e pubblica nel 1557 (l’anno della sua morte) a Venezia, presso Stefano d’Alessi. Come i sette precedenti lavori, anche questo testo denuncia un’origine comune, costituita da un nutrito bagaglio di scherzi e situazioni beffarde che riaffiorano costantemente in tutta la sua produzione, equidistante dal canone del primo Cinquecento, come dall’imminente trionfo della Commedia dell’Arte. Nel susseguirsi dei cinque atti, il componimento rispetta infatti il collaudato schema plautino-terenziano (caro alla commediografia rinascimentale) nel quale prendendo le mosse da una situazione intricata, attraversando peripezie, camuffamenti e dissidi, la vicenda può sciogliersi con la celebrazione dell’ordine ripristinato, sottolineato dalle agnizioni ed incoronato dalle nozze (in questo caso ben tre coppie). Nel tessuto dell’opera si innestano, tuttavia, elementi peculiari. Ad esempio, dietro al titolo piuttosto convenzionale, non ignoto alla produzione comica coeva, si dischiude una fabula complessa, fondata sulla molteplicità dei travestimenti e degli scambi di persona che sembrano denunciare la vacuità delle apparenza su cui si basano i rapporti umani e, nel perfezionare questa vorticosa spirale di personaggi doppi ed inclini a scambiarsi le parti, è interessante osservare come il Parabosco giunga quasi a percorrere certi aspetti propriamente barocchi, lasciandosi rapire anche dal richiamo oscuro del vagabondaggio e delle frange più marginali della società. E proprio tali elementi, nel contempo, lo proiettano verso una specifica tradizione comica veneziana: quella della commedia cittadina. In questo filone, prematuramente esaurito attorno al primo triennio del XVI secolo sotto l’irruzione dei precetti del Bembo e la circolazione delle commedie letterarie più note, il protagonista era il mondo elementare e violento dei bravi e delle meretrici, e costituiva una sorta di corrispettivo urbano dell’ambiente rusticano, a cui nobili e borghesi potevano guardare con analogo distacco ed ironia. Si caratterizzava inoltre per la presenza di parole oscene, plebee, gergali usate con intenti di realismo, e la sua stessa collocazione risultava esterna alla lettura accademica ufficiale, pure mutandone frequentemente le tematiche più diffuse. Per il Parabosco si potrebbe parlare quasi di un recupero della commedia cittadina entro un contesto più rigido e letterario. Il cuore della Fantesca, infatti, più che nel ritmo dell’azione o nell’incalzare dei dialoghi sempre solerti a lasciare spazio all’equivoco verbale, pulsa nel mondo variopinto della vita veneziana, magistralmente ritratta attraversi i personaggi vivacissimi, la mappa dei luoghi più frequentati ed una serie di incisi che rivelano tutto un universo variegato, sordido quanto attivo. Ecco allora che in questa pittura d’ambiente sfilano i protagonisti della cultura dell’epoca, insieme ai vari tipi sociali, mentre le mansioni quotidiane della fucina, dei cantieri, della concia delle pelli si amalgamano nel clima di paura, che gli spettri della fame e delle torture contribuiscono ad alimentare. Per citare un paio di esempi concreti, le persone che operano in questa società (costrette ad una vita che sconfina nell’illegalità) temono i castighi in cui potrebbero incappare se i loro vari traffici illeciti fossero scoperti, al punto che la ruffiana Sacente si trova ad invocare la protezione celeste contro la pena della gogna e Catherina per ottenere la confessione sui tradimenti del marito, la sollecita ricorrendo all’immagine sinistra dei tratti di corda. In generale, dunque, tutti i personaggi sembrano abbandonare, almeno in parte, le loro connotazioni più stereotipate e gli intrecci più avventurosi rispetto alle commedie paraboschiane precedenti (che pullulavano invece di rapimenti da parte di ciurme turchesche, tempeste, morti inscenate…), per configurarsi come incisive realtà sociali. Accanto ai tipi più scontati (come il pedante, l’anziano e avaro avvocato, il servo astuto e quello sciocco, gli studenti innamorati…) si delineano con vigore la figura del bravo, quella del parassita, la cortigiana, la mezzana bigotta, realmente appartenenti al popolino veneziano, ben noto al pubblico coevo. Anche linguisticamente il Parabosco sceglie di caratterizzare questi personaggi e di gettar luce sul mondo marginale e sommerso cui appartengono, attraverso l’uso dei vari tenori linguistici, da quello burlesco a quello letterario, mediati dalla predominante presenza di un piano intermedio che tenta di restituire la lingua parlata dalle classi medie nella Venezia di metà Cinquecento. Ecco allora che sull’idioma mediamente toscano il Parabosco immette tratti settentrionali nel suono e nel lessico, per riprodurre le peculiarità del vernacolo locale, e sfrutta un patrimonio consistente di proverbi, strofette, locuzioni che ci trasportano nella vita quotidiana del tempo. Un’attenzione particolare merita il gergo furbesco, con cui l’autore sceglie di caratterizzare il personaggio del bravo. Fin dalla prima battuta, la sua oscura parlata richiede un’intensa opera di traduzione per poter essere compresa, data la tendenza al camuffamento che in generale questo linguaggio, nato ad uso e consumo dei malviventi del tempo, opera lessicalmente. La Fantesca, pertanto, deve essere assaporata soprattutto come uno spettacolo linguistico e stilistico, in cui il faceto si stempera continuamente nel letterario e nel popolare, e proprio grazie a questa compresenza di registri eterogenei il suo intreccio complesso, tipico di una drammaturgia erudita, può fondersi completamente con la vivacità riflessa dalla rappresentazione sociale, in tutte le sue sfumature. Per concludere vorrei fornirvi qualche accenno inerente alla trama della commedia. Nell’antefatto lo studente padovano Pandolpho, invaghitosi di una fanciulla veneziana, abbandona gli studi filosofici e si traveste da fantesca per poi entrare a servizio della famiglia della stessa Giacinta. Scoprendola innamorata a sua volta di un giovane vicino, dopo aver temporeggiato con varie strategie, aiutato dall’amico Uberto, delibera di camuffarsi nuovamente, indossando proprio i panni del rivale (in realtà fanciulla, costretta dal padre a fingersi maschio per assicurarsi l’eredità di una vecchia zia), convincendo Uberto ad indossare egli stesso i panni di Fantesca per ingannare un’altra giovane. Nel frattempo il vorticoso meccanismo della storia si arricchisce grazie alla senile competizione volta ad ottenere il favore della cortigiana Beatrice, tra il maestro Terentio e l’avvocato Dionigi, che diventano in tal modo facili prede del servo Ghiribizzo, della ruffiana Sacente, e dei loro svariati complici» (cfr. A. Lommi, a cura di, La fantesca. Comedia nova di M. Girolamo Parabosco, Parma, 2005, presentazione).
Poco si sa della vita del Parabosco. Nato a Piacenza, ricevette la sua prima istruzione dal padre Vincenzo, che era un oraganista della cattedrale di Brescia. Salvo brevi periodi trascorsi presso altre corti italiane (Firenze, Urbino, Ferrara, Piacenza, Brescia, Padova e Verona), passò la maggior parte della sua vita a Venezia, dove fu allievo del famoso musicista A. Willaert e nel 1551 fu nominato primo musicista della cappella ducale di San Marco. Come compositore scrisse vari pezzi vocali e un libro di Madrigali a cinque voci (1546). Come letterato fu attivo in diverse accademie dell’epoca e in contatto con scrittori ed artisti veneziani, quali A.F. Doni, A. Calmo, P. Aretino e il Tiziano. Fu autore, fra l’altro, di sette commedie e una tragedia, di rime amorose e satirico-didascaliche (1546-1555), di una raccolta di novelle di ispirazione boccaccesca intitolata i Diporti (1550) e di un poema in lode delle dame veneziane intitolato Il Tempio della fama (1548) (cfr. F. Bussi, Umanità ed arte di Girolamo Parabosco. Madrigalista, organista e poligrafo, Piacenza, 1961, passim).
Edit16, CNCE24660. Clubb, 657. € 2.400,00