In 4to (cm 21); pergamena molle coeva con titolo manoscritto al dorso; cc. (14), 206. Bellissimo frontespizio xilografico. Ex-libris G. Borghini. Firme di appartenenza di Costanzo Maria Pinelli (31 ottobre 1744) e di Giovanni Battista Luciagi (coeva). A parte un leggero alone nelle prime pagine ed alcuni fori marginali alle prime ed ultime carte (nel titolo il foro tocca una insignificante porzione di parte incisa), bellissima copia marginosa in legatura originale.

PRIMA EDIZIONE IN ITALIANO del De regno et regis institutione, celebre e fortunata opera che, composta dal Patrizi tra il 1481 e il 1484 e da questi dedicata ad Alfonso d’Aragona, apparve per la prima volta a stampa a Parigi per i tipi di Galliot du Pré nel 1519. Il nome del traduttore Giovanni Fabbrini si ricava dalla dedica a Cosimo de’ Medici. Del Fabbrini è anche il volgarizzamento (Discorsi sopra alle cose appartenenti ad una città libera e famiglia nobile, Venezia, 1545) dell’altra opera politica del Patrizi, il De institutione reipublicae, la cui prima edizione uscì sempre a Parigi dai torchi del De Pré nel 1518 (una presunta edizione di Prato del 1514 censita nell’Edit16 -CNCE51766- è, a mio avviso, un errore dovuto al nome latinizzato del tipografo Galiotus a Prato). Entrambe le opere politiche del Patrizi ebbero grande diffusione nel corso del Cinquecento, soprattutto in Francia ed in Inghilterra, dove furono ristampate numerose volte sia in latino che in traduzione.

Nel De institutione reipublicae, composto tra il 1457 e il 1465 e dedicato al popolo senese, il Patrizi celebra il governo repubblicano e descrive le virtù del buon cittadino all’interno della famiglia e l’importanza dell’educazione dei bambini. Nel De regno et regis institutione egli invece cambia completamente registro, elogiando la figura del principe, perfettamente impersonificata a suo avviso da Alfonso d’Aragona, cui dedicò l’opera. Si tratta dello stesso Alfonso che fu celebrato anche da Antonio Beccadelli e da Giovanni Pontano nel De principe, in quanto rappresentante della nuova idea umanistica di principe regnante. Il Fabbrini, dedicando la sua traduzione a Cosimo de’ Medici, volle trasferire l’elogio al nuovo signore di Firenze e inserì nel testo vari passi e considerazioni personali, che sono facilmente identificabili in quanto fanno riferimento a fatti del suo tempo.

In apertura di opera Patrizi si sente in dovere di giustificarsi davanti al lettore per il brusco cambio di opinione mostrato tra il primo e il secondo dei suoi trattati politici. Egli si difende dalle accuse, sostenendo che non conta il modello di governo, ma come si governa e come le istituzioni si adattano ai costumi del popolo. Inoltre egli ricorda di aver sempre sostenuto che il governo di uno o di pochi è sempre migliore del governo del popolo.

Il cambio di registro tra le due opere è comunque molto evidente. Patrizi infatti sostiene ora che il principe sia una sorta di vicario di Dio in terra, il cui potere non debba quindi essere legittimato dal popolo, ma si ispiri direttamente al sommo ideale divino, secondo uno schema di chiara ascendenza platonica. In questa investitura divina risiede la differenza fra principe e tiranno. Esempio lampante di perfetto principe fu Lorenzo de’ Medici. Fato e stelle influenzano e predeterminano la storia umana. Dopo la spiegazione dell’influenza astrale sui destini umani, l’opera, che può essere definita una sorta di manuale d’istruzione per il principe, affronta temi come l’educazione e gli autori da leggere, l’arte di cavalcare, l’arte della guerra, il gioco della palla e degli scacchi, la caccia, l’esercizio fisico, il nuoto, ecc., ed esamina una ad una le virtù richieste ad un principe. Patrizi elogia poi l’attivismo del principe, che deve continuamente ambire alla propria perfezione, perché da essa dipende il benessere dei suoi sudditi. Egli deve inoltre aspirare ad una perfetta moralità, ossia alla propria autosufficienza, ed in questo è aiutato dagli studi classici. Nel legiferare e nel far rispettare le leggi il principe deve tenere a modello le leggi romane. La religione riveste un’importanza civile e morale, essa è quindi una virtù morale.

L’ultima parte dell’opera è dedicata ai doveri dei sudditi verso il principe, i quali, pur variando in periodo di pace o di guerra, devono sempre mirare all’esercizio della virtù e allo sviluppo della comunità attraverso lo studio, l’esercizio della guerra, la pratica dell’agricoltura, della mercatura, ecc. La guerra è per Patrizi importante per l’autodifesa, mentre non è legittima se intrapresa per conquista. Egli dà preferenza alle milizie cittadine rispetto a quelle mercenarie. In questo ed in altri aspetti pratico-precettistici risiede l’originalità  e il maggior lascito del trattato del Patrizi ai pensatori politici successivi ed in particolare a Niccolò Machiavelli. Nella valutazione dell’azione pratica del principe egli anticipa il grande fiorentino e salva l’opera da un vuoto intellettualismo moralistico. Nonostante l’ascendenza divina del potere, lo stato rimane sempre formazione umana e naturale ed in esso il principe realizza, di volta in volta, la sua azione libera e il suo spirito creativo (M. Caciorgna, Il naufragio felice: studi di filologia e storia della tradizione classica nella letteraria e figurativa senese, Sarzana, 2004, pp. IX-XXI, 29-31, 166-167, 219-220).

Francesco Patrizi, di nobile famiglia senese, ricevette un’istruzione classica e studiò diritto civile presso lo Studio di Siena, dove ebbe come compagno di corso Enea Silvio Piccolomini, che fu suo amico e protettore per il resto della vita. Nei manoscritti del Piccolomini che raccolgono gli scritti a lui dedicati, i così detti Epaenetica, figurano numerosi endecasillabi del Patrizi indirizzati all’amico (cfr. F. Battaglia, Enea Silvio Piccolomini e Francesco Patrizi: due politici senesi del Quattrocento, Siena, 1936, passim). A Siena strinse amicizia anche con Antonio Beccadelli, detto il Panormita, e con Francesco Filelfo. Intorno al 1440 Patrizi cominciò a partecipare attivamente al governo della Repubblica senese. Nel 1447 fu inviato in qualità di ambasciatore presso papa Niccolò V in cerca di alleanze contro le mire espansionistiche di Alfonso d’Aragona. All’epoca egli godeva già fama di erudito e grande oratore. Nel 1450 fu mandato a Firenze e nuovamente a Roma come fiduciario della Repubblica senese presso il pontefice. Nel 1453-‘54 fu invece inviato presso il duca di Calabria. Nel 1457 fu accusato di aver ordito una congiura contro l’Ordine del Popolo, che allora governava Siena, ed essersi segretamente alleato con Alfonso d’Aragona. Fu imprigionato, torturato ed infine esiliato. Il Piccolomini, che nel 1456 era divenuto cardinale, intervenne in suo soccorso, salvandogli la vita e riuscendo in seguito a farlo prosciogliere dalle accuse di cospirazione. Durante l’esilio Patrizi si rifugiò dapprima a Pistoia, quindi nel 1459 per breve tempo a Verona, dove fu ben accolto dal vescovo della città, il celebre umanista Ermolao Barbaro. Nel 1458 il Piccolomini era stato eletto al soglio pontificio con il nome di Pio II. Dopo il definitivo proscioglimento da tutte le accuse, Patrizi, che aveva nel frattempo preso l’abito ecclesiastico, si trasferì a Roma, dove poteva contare sulla protezione dell’amico papa, che nel 1461 lo nominò vescovo di Gaeta e governatore di Foligno. Dalla città umbra, dove si era trasferito, Patrizi fu costretto a fuggire nel 1463 in seguito ad una sommossa popolare. Dopo la morte di Pio II (1464), il nuovo pontefice Paolo II confermò al Patrizi tutte le sue cariche. Nel 1465 si recò a Milano per assistere alle nozze fra Alfonso di Calabria e Ippolita Sforza. Nel 1484 fu inviato in ambasceria a Roma per conto di Ferdinando d’Aragona. A parte questi brevi viaggi, passò gli ultimi trent’anni di vita nella sua diocesi di Gaeta, dove morì vecchissimo nel 1494 (cfr. F.C. Nardone, Francesco Patrizi umanista senese, Empoli, 1996, passim).

Giovanni Fabbrini, originario di Figline Valdarno, studiò a Firenze sotto Lorenzo Amadei e Gaspare Marescotti da Marradi. Trasferitosi a Roma, nel 1544 pubblicò la sua prima opera, Della interpretatione della lingua latina. Nel 1546 fece ritorno a Firenze, dove portò a termine la traduzione del De Regno di F. Patrizi. L’anno seguente si trasferì a Venezia, dove si dedicò all’insegnamento pubblico, su incarico del Senato veneto, e a quello privato di giovani aristocratici, come Andrea Malipiero, cui dedicò le Observationes in Terentium (Venezia, 1556), e Francesco Colombi, il quale, sotto la guida del maestro, a soli diciassette anni tradusse in volgare il Liside di Platone, suscitando l’ammirazione di Pietro Aretino. Nel 1565 Fabbrini dedicò a Cosimo I la Teorica della lingua. L’attività mercantile che aveva intrapreso insieme ad un amico, gli consentì di accumulare un po’ di ricchezze, che gli permisero di intensificare la propria produzione letteraria con traduzioni, commenti e studi linguistici e grammaticali. Morì a Venezia nel 1580. L’anno seguente uscì postuma la prima edizione del volgarizzamento dell’Eneide, di cui Fabbrini aveva completato i primi sette libri.

Questi si dedicò alla traduzione delle opere politiche del Patrizi, non solo per esercizio linguistico-grammaticale, ma anche con un intento specificatamente pedagogico, perché considerate un modello di insegnamento morale e civile. Nel primo libro che aggiunse alla traduzione del De Regno, Fabbrini colse l’occasione per esporre anche il proprio pensiero, fondato su una concezione teocratica dell’universo sociale e politico. Essendo la natura dell’uomo imperfetta e quindi non in grando di raggiungere con le proprie forze né la virtù su questa terra né tanto meno la beatitudine celeste, egli afferma che il destino dell’uomo sia regolato da una superiore volontà divina, da cui dipendono anche le istituzioni politiche. In questa prospettiva la forma istituzionale prediletta dal Fabbrini fu quella monarchica. Nel volgarizzamento risulta comunque preminente l’interesse di carattere linguistico, che in Fabbrini si articola, da un lato, nella ricerca del miglior metodo possibile di insegnamento del latino e del greco (in questo seguendo i criteri di Aldo Manuzio), dall’altro, nel tentativo di valorizzare, sulla scia tracciata da Pietro Bembo, la lingua volgare, considerata come proseguimento e strumento di approfondimento del latino (cfr. D.B.I., XLIII, pp. 660-664).

Edit16, CNCE24595. R. Kelso, The Doctrine for the English Gentleman in the 16th Century, Urbana , 1929, nr. 328a. OCLC, 228693806. € 2.800,00

 

 

 

ritorna