Della ragion di stato, libri dieci, con tre libri delle cause della grandezza, e magnificenza delle città.

Autore BOTERO, Giovanni (1544-1617)
Tipografo Giovanni e Giovanni Paolo Giolito de’ Ferrari
Dati tipografici Venezia, 1589
Prezzo 6500 €

«PATH-BREAKING PERFORMANCE – THE ONLY PERFORMANCE IN THE WHOLE HISTORY OF THE THEORY OF POPULATION TO DESERVE ANY CREDIT AT ALL» (SCHUMPETER)

In 4to (cm 20,5); solida legatura dell’Ottocento in mezza pergamena con punte, dorso con ricchi fregi, tassello e titolo in oro, piatti in carta marmorizzata, tagli picchiettati; pp. (16), 367, (1). Marca tipografica sul titolo. Fregio tipografico al verso dell’ultima carta. Note manoscritte sui risguardi e firma di appartenza sul frontespizio. A tratti lievemente fiorito, ma nel complesso ottima copia.
PRIMA EDIZIONE COLLETTIVA, dedicata al principe vescovo di Salisburgo Wolf Dietrich von Ratenau, del più celebre e influente trattato italiano di politica dopo il Principe di Machiavelli. «Quest’opera ebbe grandissimo corso e reputazione ai suoi tempi e valse all’autore la fama di politico galantuomo. Fu tradotta in quasi tutte le lingue viventi ed in latino. Anche modernamente si fecero dell’uomo e del libro molti elogi e si attribuì a lui il merito dell’avere inaugurato quella che oggi si dice economia politica… L’edizione ora descritta della Ragione di Stato fu originale» (S. Bongi, Annali di Gabriel Giolito de’ Ferrari, Roma, 1895, II, p. 432-433).
In realtà la prima edizione dell’opera apparve nello stesso anno sempre presso i tipi dei figli di Giolito, composta da sole 295 pagine, perché non contenente i Tre libri delle cause della grandezza, e magnificenza delle città, i quali erano già usciti autonomamente a Roma nel 1588 (cfr. T. Bozza, Scrittori politici italiani, Roma, 1949, pp. 66-68, nr. 34). In questa operetta di esigua mole, ma di grande importanza, Botero elabora per la prima volta una teoria scientifica sulla dislocazione topografica e sull’incremento degli agglomerati urbani, che identifica precisi rapporti fra ambiente naturale, risorse economiche e sviluppo demografico.
Con il Della ragion di stato, mostrando che ragion di stato, ragion di coscienza e ragion civile erano in fondo un’unica cosa, Botero cercava di fare ordine attorno ad un concetto che sembrava essere già corrente, ma su cui nessuna sistematizzazione era stata tentata, e di ridurre a normalità, per così dire, un’idea dietro la quale l’uso comune sembrava intendere piuttosto l’eccezionalità di azioni di governo esorbitanti dall’ordinario, dettate da imperiose esigenze di sopravvivenza di un’entità chiamata stato che in quel secolo progrediva verso una più concreta forma. Si trattava insomma di tranquilizzare gli animi già scossi di quanti, sotto le spoglie della ragion di stato, intravvedevano oscuri meccanismi di un potere che si pretendeva autoreferenziale, e dietro quell’espressione sentivano riecheggiare il monito di Machiavelli, secondo il quale lo stato aveva ragioni e logiche che la ragione e la logica ordinarie non bastavano a gestire, e che non necessariamente si armonizzavano con quelle dell’etica e della religione. Consapevole della circolazione che l’idea aveva raggiunto, nelle intenzioni di Botero la ragione di stato non doveva ridursi ad altro che alla conoscenza dei mezzi attraverso i quali il buon governo del principe poteva realizzarsi, e quindi la ragion di stato altro non era che la politica, mera arte di governare, e non qualcosa di eccedente, contrastante o diversamente fondato rispetto a questa. Con la pubblicazione del trattato il dibattito si aprì (cfr. C. Continisio, Introduzione, in: “G. Botero, Della Ragione di Stato”, Roma, 1997, pp. XI-XXIX).
Antimchiavellico in apparenza, ma fortemente influenzato dalle dottrine del grande fiorentino, «Botero fece scuola e, tra la fine di quel secolo XVI e buona parte del successivo, i teorici della Ragion di Stato ne seguirono le orme, al punto di non potersi più intendere quale sia il vero significato del machiavellismo. Questo è diventato bifronte. L’una faccia è stata ripudiata teoricamente come contraria alla morale e alla religione; l’altra è stata accettata praticamente come sistema di governo» (A. Panella, Gli antimachiavellici, Firenze, 1943, p. 63).
Il successo della Ragion di stato, tuttavia, non fu dovuto solamente a questa sua rielaborazione dottrinale del machiavellismo, ma anche alla vasta e sistematica esposizione, che ad essa si affianca, di tutta la nuova problematica che lo stato moderno nascente portava con sé: esazione fiscale, organizzazione militare, commercio, industria, amministrazione della giustizia, annona, urbanistica. Meglio di qualsiasi altra opera di quel tempo, il libro del Botero documenta il tipico trapasso, che allora si operava, dallo stato patrimoniale di impronta feudale e tirannica allo stato di “politìa”, fondato sull’amministrazione oculata, la centralizzazione livellatrice, la gerarchia burocratica, l’estinzione progressiva delle cariche ereditarie o venali. In questo contesto un posto di rilievo occupano le dottrine economiche del Botero: in particolare in campo tributario egli sostiene la funzione preminente dell’imposta rispetto ai cespiti demaniali nel finanziamento della spesa pubblica e la doverosa prevalenza della tassazione diretta dei redditi a sgravio delle gabelle sui consumi; tenta inoltre di conciliare il protezionismo particolaristico con l’aspirazione alla liberalizzazione degli scambi e delle vie commerciali (cfr. D.B.I., XIII, pp. 352-362, a cura di L. Firpo).
Nato a Bene Vagienna (CU), nel 1559 Giovanni Botero entrò nel collegio della Compagnia di Gesù di Palermo, dove lo aveva chiamato uno zio paterno. Nel 1560 si trasferì a Roma presso il Collegio Romano. Nonostante le sue indubbie doti intellettuali, a causa del suo tormentato e turbolento carattere, dopo solo un anno di frequentazione i padri superiori lo mandarono ad insegnare retorica presso il piccolo collegio umbro di Amelia.
Negli anni seguenti fu trasferito in varie località italiane e francesi, dove si distinse per la sua facilità nel comporre epigrammi e discorsi di vario genere in latino e rappresentazioni sceniche edificanti. Nel 1578 giunse a Milano, dove ricevette diversi incarichi da parte di Carlo Borromeo, che contribuì enormemente a forgiare la personalità ribelle di Botero. Nel biennio 1583-’85, trascorso a fianco del grande vescovo in qualità di segretario e famiglio, egli collaborò all’opera di restaurazione della diocesi.
Nel 1585 Margherita Trivulzio lo volle accanto al figlio Federico Borromeo, allora ventenne, come aio e consigliere. Nel 1588 Botero accompagnò a Roma il suo giovane e nobile discepolo per l’elezione a cardinale. Nel 1590 partecipò a tre conclavi. Nel 1591 dedicò al cardinale Carlo di Lorena la prima parte (in sei libri) dell’opera che doveva consolidare definitivamente la sua fama europea, le Relazioni universali. Nel 1592 uscì la seconda parte dedicata all’infante Filippo di Spagna.
Dopo l’elezione a vescovo di Federico Borromeo, Botero fu costretto di malavoglia a seguirlo a Milano, dove nel 1596 terminò la quarta parte delle Relazioni, la cui prima edizione completa apparve a Bergamo in quello stesso anno. Nel 1599 fu chiamato a Torino a fare da precettore ai tre figli del duca di Savoia. Nel 1606, al seguito di questi ultimi, raggiunse la corte di Madrid. Rimase per un anno in Spagna, avendo modo di visitare molte città del regno. Rientrato a Torino, nel 1606 continuò a vivere a corte come segretario e consigliere. Ormai divenuto benestante e agiato, Botero tornò a dedicarsi negli ultimi anni all’attività letteraria, sia poetica che teatrale. Morì il 23 giugno del 1617 (cfr. Giovanni Botero e la «ragion di stato», Atti del convegno di studi in memoria di Luigi Firpo, Torino, 8-10 marzo 1990, a cura di A.E. Baldini, Firenze, 1992, passim).
Edit16, CNCE7272. Adams, B-2548. Gamba, nr. 1271. Goldsmiths, nr. 248.

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