De gli Hecatommithi
| Autore | GIRALDI CINTIO, Giovanni Battista (1504-1573) |
| Tipografo | Leonardo Torrentino |
| Dati tipografici | Mondovì, 1565 dicembre |
| Prezzo | 12500 € |

Due volumi in 8vo grande (cm 17); sontuosa legatura di fine Ottocento in piena pelle marron, piatti con grandi placche centrali ed angolari incise in oro, dorsi a cinque nervi con fregi e titoli in oro, risguardi marmorizzati, tagli dorati; vol. I: pp. 14, (12: tavola della prima parte erroneamente legata dopo il titolo), 2 bianche (qui mancanti), (4), 1-199, 1 bianca, (4, di cui l’ultima bianca), 201-326, 2 bianche (qui mancanti), (4, di cui le ultime 2 bianche qui mancanti), 329-486, 2 bianche, (4, di cui l’ultima bianca), 489-623, 1 bianca, (4, di cui l’ultima bianca), 625-751, 1 bianca, (4, di cui l’ultima bianca), 753-902, (2: recto Registro, verso bianco); vol. II: pp. (24, di cui 2 bianche), (16, di cui le ultime 2 bianche: errata dei due volumi rilegato subito dopo il titolo), (80: Tavola della prima e della seconda parte), 1-63, 1 bianca, (4), 65-208, [la numerazione prosegue a carte] cc. 209-224, (1 di 2, mancando la bianca corrispondente), [la numerazione riprende a pagine] pp. 217-317, 3 bianche, (4, di cui l’ultima bianca), 321-368, (4), 369-490, (2), 493-623, 1 bianca, (4, di cui l’ultima bianca), 625-798, 2 bianche, 799-822, [sic] 815-820, 2 bianche. Esemplare completo, mancante solo di 4 carte bianche (ossia, vol. I: *8, x8, 22; vol. II: 62). Marca tipografica sui frontespizi, ritratto dell’autore al verso dei titoli. Carattere corsivo. Nel primo volume restauri marginali alla terza e all’ultima carta senza danno al testo, piccolo strappo abilmente restaurato alla pagina 355 dello stesso volume, per il resto ottima copia marginosa e ben legata.
[vol. I: pp. 14, (18), 1-199, (5), 201-326, (6), 329-486, (6), 489-623, (5), 625-751, (5), 753-902, (2); vol. II: pp. (40), (80: Tavola della prima e della seconda parte), 1-63, (5), 65-208, [la numerazione prosegue a carte] cc. 209-224, (2), [la numerazione riprende a pagine] pp. 217-317, (7), 321-368, (4), 369-490, (2), 493-623, (5), 625-798, (2), 799-822, [sic] 815-820, (2). Sono bianche le seguenti carte: Vol. I: *8, x8, 22 (qui mancanti) e hh8; vol. II: *8, ***4, 62 (qui mancante), X4, Ggg8, Iii4. In alcuni esemplari (come il presente) il fascicolo Hhh del secondo volume reca 12 carte anziché 8].
PRIMA EDIZIONE. Gli Ecatommiti, ossia i Cento racconti, che Giraldi Cinzio presenta come «giovenil fatica», ebbero una lunga gestazione. Cominciati nel 1527 e interrotti nel 1531, furono lasciati da parte per circa trent’anni (numerose novelle ebbero nel frattempo una circolazione manoscritta). L’autore ne riprese la stesura nei primi anni sessanta del secolo, quando Emanuele Filiberto di Savoia, dedicatario dell’opera, lo chiamò ad insegnare presso l’Università di Mondovì (1562). Egli vi aggiunse nuove novelle e ne modificò in parte la cornice. Dopo l’editio princeps del 1565, che fu pubblicata a spese della Compagnia di stampa di Mondovì diretta da Leonardo Torrentino (ultima edizione intrapresa dalla compagnia di tasca propria), l’opera fu ristampata per ben sei volte fino al 1608 e ebbe un’ampia diffusione in Spagna, Francia ed Inghilterra.
Si tratta di una delle più cospicue ed importanti raccolte di novelle in lingua italiana, i cui argomenti sono tratti sovente da fatti contemporanei occorsi nelle corti di Roma e Ferrara. In quanto tale, essa fu utilizzata in tutta Europa come fonte di storie ed aneddoti. Il caso più celebre è quello della terza novella della settima decade che narra le vicende del Moro di Venezia, dalla quale Shakespeare trasse l’argomento del suo Othello. Ma agli Ecatommiti si ispirano anche la shakespeariana Measures for measures ed alcuni testi di Lope de Vega.
L’opera si compone di dieci deche divise in due parti, precedute da un proemio e da una introduzione, che contiene altre dieci novelle, più altre tre che sono narrate, come per caso, al termine della terza e della quinta giornata; il totale delle novelle non è pertanto di cento, come annunciato nel titolo di impronta boccacciana, bensì di centotredici. Ciascuna giornata si conclude con intermezzi che contemplano anche la recitazione di versi. La cornice presenta i novellatori nell’atto di fuggire da Roma, saccheggiata dagli eserciti imperiali nel 1527, e di imbarcarsi da Civitavecchia alla volta di Marsiglia, dove giungeranno dopo avere compiuto varie tappe lungo il viaggio. In una di queste soste, a Genova, prima della sesta deca, sono inseriti i tre Dialoghi della vita civile, composti verso il 1550.
La brigata è costituita da dieci uomini e dieci donne che, per distrarsi, narrano alternativamente racconti su argomenti diversi, in modo che il computo giornaliero sia sempre di dieci novelle. L’avvenimento tragico all’origine della narrazione ha il corrispettivo nel lignaggio dei personaggi (le donne non sono fanciulle, ma maritate o vedove), negli argomenti trattati, nei quali prevale un fine morale e un intento edificante, e nel rigore stesso della scrittura, tesa ad un decoro stilistico alto che riduce la gamma dei registri praticabili.
Pensati in antitesi al Decamerone, che viene comunque assunto come modello linguistico e stilistico, gli Ecatommiti mirano a «superare il carattere ameno delle raccolte novellistiche, per incanalare il genere letterario della novella verso finalità etiche, politiche e propagandistiche. Il risultato più evidente e significativo di questa operazione è stato non soltanto una modernizzazione dei contenuti delle novelle secondo una mentalità ed un gusto tipicamente controriformistici, ma, soprattutto, un adattamento delle strutture narrative su schemi e modelli mutuati da altre costruzioni letterarie, specialmente dalla trattatistica» (S. Villari, Per l’edizione critica degli Ecatommiti, Messina, 1988, pp. 6-7).
Le novelle dell’introduzione vertono sull’elogio dell’amore coniugale e sulla condanna degli amori disonesti. Nella prima deca il tema è libero; nella seconda si ragiona degli amori contrastati dai familiari con fine lieto o infelice; nella terza della infedeltà dei mariti e delle mogli; nella quarta di coloro che ricorrono alle insidie per ottenere ciò che desiderano: nella quinta della fedeltà dei mariti e delle mogli; nella sesta di motti, detti o risposte usate all’improvviso; nell’ottava dell’ingratitudine; nella nona della varietà degli avvenimenti umani e dei casi della fortuna; nella decima di atti di cavalleria.
«La presenza delle dediche negli Ecatommiti conferisce maggiore complessità ad una struttura decameroniana, già per se stessa capace di garantire un’organica classificazione di temi ed argomenti. In realtà, servendosi delle dediche, l’autore poteva fornire al lettore un’importante ed autorevole chiave di lettura, enucleare i concetti ed i temi fondamentali di ciascuna deca, indicare i più importanti punti di forza e di contatto… La complessa struttura degli Ecatommiti accoglie anche un lungo capitolo in terzine, intitolato “L’Autore all’opera”, che costituisce la parte finale della raccolta ed è introdotto da una presentazione dell’editore fiammingo Arlenio Arnoldo. Composto ad imitazione del XLVI canto dell’Orlando Furioso, il capitolo riveste una certa importanza storica, in quanto l’autore, fingendo un dialogo immaginario con la propria opera, tesse sommarie lodi di un numero cospicuo di personaggi del tempo» (Villari, op. cit., pp. 31-32).
Il capitolo finale fu corretto dall’autore in corso di stampa. Se ne conoscono quindi due tirature: il presente volume riporta la prima.
Il ferrarese Giraldi Cinzio studiò dapprima medicina e filosofia, poi lettere umane presso lo studio della sua città natale, succedendo nella cattedra al maestro C. Calcagnini (1541). Durante il ducato di Ercole II d’Este e negli anni del circolo di Renata di Francia egli fu il protagonista incontrastato del panorama culturale ferrarese. Successivamente, in seguito ad un contrasto avuto con i duchi della sua città, andò in volontario esilio prima a Mondovì, poi a Torino ed infine a Pavia.
La critica moderna considera fondamentale il suo contributo alla teoria letteraria (scrisse un discorso Intorno al comporre delle commedie e delle tragedie ed uno Intorno al comporre dei romanzi, pubblicati a Venezia nel 1554) e alla codificazione di nuovi e vecchi generi (tragedia, tragicommedia, satira, egloga, commedia, novella, poema eroico). Il suo teatro (in tutto nove tragedie stampate a Venezia nel 1583, tra cui l’Orbecche apparsa per la prima volta dagli eredi di Aldo Manuzio nel 1543) segna la rinascita europea del teatro senechiano con le sue tinte fosche e le sue cruenze, in aperta opposizione alla formula trissiniana, e costituì una delle fonti principali del teatro elisabettiano (cfr. P. Cherchi, M. Rinaldi e M. Tempera, a cura di, Giovan Battista Giraldi Cinzio gentiluomo ferrarese, Firenze, 2008, passim).
Catalogo unico, IT\ICCU\TO0E\004617. Adams, G-704. G. Passano, I Novellieri italiani in prosa, Torino, 1878, I, pp. 352-354.
LIBRI IN EVIDENZA
Tipografo: Carlo Palese
Dati tipografici: Venezia, 1778
Tipografo: Giandomenico Occhi
Dati tipografici: Vicenza, 1758
Autore: FABRIZI DA ACQUAPENDENTE, Girolamo (ca. 1533-1619)Tipografo: Luigi Benci
Dati tipografici: Padova, 1621
NOTIZIE IN EVIDENZA
ISCRIZIONE NEWSLETTER
I classici che hanno fatto l'Italia
Nato dal confronto con un celebre testo degli anni Sessanta, il Printing and the Mind of Man, in cui sono descritte più di quattrocento opere a stampa che hanno segnato la storia dell’uomo in tutti i principali campi del sapere, I classici che hanno fatto l’Italia si propone come una sorta di biblioteca ideale di soli autori italiani (per nascita o di adozione), ma nello stesso tempo ambisce ad illustrare la storia della nostra cultura, dal Duecento ad oggi, attraverso una selezione di opere e di edizioni.




