Morgante maggiore quale tratta della morte del conte rlando e de tutti li Paladini, per cagion del tradimento ordinato per Gano di Maganza con il re Marsilio e Buiaforte & altri principi e baroni della Spagna...

Autore PULCI, Luigi (1432-1484).
Tipografo Domenico Giglio e fratelli
Dati tipografici Venezia, 1539
Prezzo 11800 €

In 4to (cm 20); pergamena recente con titolo manoscritto al dorso; cc. (196). A-Z8, AA8, BB4. Frontespizio stampato in rosso e nero con al centro una vignetta xilografica raffigurante Morgante e Margutte, già apparsa nell’edizione Bindoni e Pasini del 1525 (v. Essling, I, 2°, 1, p. 227). Inoltre 93 figure incise in legno nel testo espressamente realizzate per questa edizione. Marca tipografica al recto dell’ultima carta. Testo stampato su due colonne. Esemplare modesto dai margini sobri e con varie carte pesantemente restaurate (ma senza perdita di testo), come del resto capita di frequente con questi libri di grande successo che venivano letti avidamente.
Il celebre Morgante maggiore, fortunatissimo poema cavalleresco, nel quale le epiche gesta del gigante Morgante e del sacrilego Margutte assumono un ruolo centrale all’interno delle consuete vicende dei paladini di Francia desunte dalla tradizione carolingia, colpì enormemente l’immaginario popolare dell’epoca. Le imprese dei protagonisti sono dilatate fino al parossismo e permettono all’autore di introdurre, tra battaglie iperboliche ed azioni inverosimili, quella vena parodica e dissacratrice che gli attirò gli strali di Girolamo Savonarola e Marsilio Ficino.
L’editio princeps del Morgante, contenente i primi ventitre canti, oggi perduta, fu stampata a Firenze intorno al 1478 dalla celebre tipografia impiantata nel convento delle suore domenicane di San Jacopo a Ripoli, che, sotto la direzione di frate Domenico da Pistoia, si era specializzata nella produzione di letteratura popolare. Dallo stesso torchio due anni dopo uscì un opuscolo contenente la storia di Margutte, estratta dal diciottesimo e diciannovesimo cantare del poema, e nel 1482 un’edizione del Morgante, di cui è rimasta una sola copia presso l’Accademia di Scienze, Lettere ed Arti di Modena. Nello stesso anno il tipografo veneziano Luca di Domenico ne diede una stampa più corretta, perché eseguita con ogni probabilità su di un esemplare della perduta princeps annotato dall’autore.
Nel frattempo Pulci aveva composto cinque nuovi canti (dal ventiquattresimo al ventottesimo), che, unitamente al resto del poema, furono pubblicati per la prima volta a Firenze da Francesco di Dino, forse perché il torchio del monastero di Ripoli era impegnato nella stampa del Platone ficiniano. Il colophon indica come data di stampa il 7 febbraio 1482 secondo il calendario fiorentino, ma l’edizione fu sicuramente completata l’anno seguente. I nuovi canti, rifacendosi alla saga di Spagna, quella contenente la celebre disfatta di Roncisvalle, presentano un nuovo registro poetico, più cupo e meno faceto.
Nel 1494 Manfredo Bonelli da Streva pubblicò a Venezia una magistrale edizione illustrata del Morgante, che divenne un modello per tutti i successivi libri di cavalleria. Nel 1502 fu la volta del celebre editore Gian Battista Sessa, imitato cinque anni dopo da Niccolò Zoppino che utilizzò i torchi del Bonelli. Tutte le edizioni cinquecentesche del poema apparse prima del tentativo canonizzatore di Lodovico Domenichi, che nello stesso anno (Venezia, Girolamo Scotto, 1545) toscanizzerà sul piano linguistico sia il Morgante che l’Orlando innamorato del Boiardo, sono di grande rarità. La presente edizione, in particolare, risulta censita in due sole copie, oltre la presente, conservate presso la Biblioteca Braidense (fondo Castiglioni) e presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze (cfr. N. Harris, Sopravvivenze e scomparse delle testimonianze del Morgante di Luigi Pulci, in: “Rinascimento”, 45, 2005, pp. 179-245).
Luigi Pulci, fiorentino di famiglia nobile, ma in ristrettezze economiche a causa della rovina del padre e della sventatezza dei fratelli Bernardo e Luca, anch’essi poeti (il secondo morì in carcere, dove era finito per debiti), si avvicinò alla corte medicea verso il 1460, quando cominciò a recitare a palazzo stralci del suo poema davanti a Lucrezia Tornabuoni, scrittrice di laudi e dedicataria del Morgante, e davanti al piccolo Lorenzo de’ Medici, che di Lucrezia era figlio.
L’amore per la letteratura volgare unì Lorenzo e Luigi per molto tempo, almeno fino all’inizio degli anni Settanta del secolo, quando l’aspra disputa che Pulci ebbe con Marsilio Ficino, da lui considerato un mistificatore e un levantino, lo costrinse ad allontanarsi dalla corte medicea e causò il distacco fra lui e il suo protettore. Questi, dopo l’elezione a duca nel 1469, sotto l’influenza del filosofo di Careggi aveva finito per ripudiare la letteratura amena, avvicinandosi al neoplatonismo.
Negli ultimi anni, come testimoniano i cinque canti conclusivi del poema, Pulci sembrò in parte pentirsi della sua precedente ribalderia e probabilmente cercò di riavvicinarsi a corte. Nel settembre del 1484 entrò a far parte del seguito di Roberto Sanseverino, condottiero al servizio dei Veneziani, che lo nominò suo procuratore a Firenze. Morì tuttavia poco dopo a Padova, dove, a causa della sua fama di ateo, fu sepolto in terra sconsacrata.
Edit16, CNCE 63457; Essling, 773; G. Melzi-P.A. Tosi, Bibliografia dei romanzi di cavalleria in versi e in prosa italiani, Milano, 1865, pp. 240-241; A. Cutolo, I romanzi cavallereschi in prosa e in rima del Fondo Castiglioni presso la Biblioteca Braidense di Milano, Ivi, 1944, nr. 87; Harris, op. cit., p. 207.

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