Opus Merlini Cocaii Poetae Mantuani Macaronicorum, totum in pristinam formam per me Magistrum Acquarium Lodolam optime redactum, in his infra notatis titulis divisum. Zanoitonella, quae de amore Tonelli erga Zanitam tractat... Phantasiae Macaronicon, divisum in vigintiquinque Macaronicis, tractans de gestis magnanimi, et prudentissimi Baldi. Moschaeae facetus liber in tribus partibus divisus, et tractans de cruento certamine Muscarum et Formicarum. Libellus Epistolarum, et Epigrammatum... Hexasticon Ioannis Baricocolae

Autore: FOLENGO, Teofilo (1491-1544)

Tipografo: Alessandro Paganini.

Dati tipografici: Toscolano,   1521

Formato: in sedicesimo

In 16mo (mm. 120x72); legatura del XIX secolo in marocchino rosso, dorso a cinque nervi con titolo in oro, dentelles interne, tagli dorati e marmorizzati, risguardi in carta marmorizzata (H. Duru); cc. 272, (8). Segnatura: A-Z8 AA-MM8. Con 54 figure in legno nel testo a piena pagina. Esemplare appartenuto al celebre scrittore e bibliofilo Charles Nodier (1780-1844) (suo ex-libris al contropiatto anteriore), che ha aggiunto, in un foglietto incollato al secondo risguardo anteriore, una nota circa la rarità del libro e le condizioni dell'esemplare (cfr. C. Nodier, Catalogue raisonné d'une jolie collection de livres, Paris, 1844, 270). Timbro del libraio Lauria di Parigi e nota a matita (“E' l'esemplare Marzorati – nr. 388 del suo catalogo”) al primo risguardo anteriore. Ottima copia.

PRIMA EDIZIONE COMPLETA e prima edizione ILLUSTRATA, terza in assoluto dopo quella di Venezia dello stesso Paganino (1517), in cui il Baldus comprendeva solamente 17 libri, e dopo quella di Milano del 1520 che ne è una ristampa.

Il volume contiene la Zanitonella (una serie di 21 liriche sulla vita rusticale), l'inedita Moscheide (un poemetto in distici elegiaci sulla battaglia delle mosche e delle formiche di imitazione omerica), un Libellus epistolarum et epigrammatum e il Baldus in 25 libri e 12.000 versi (il doppio della prima edizione) (cfr. A. Nuovo, L'edizione toscolanese del Folengo, in: “Teofilo Folengo nel quinto centenario della nascita (1491-1991)”, Atti del convegno di studi Mantova-Brescia-Padova, 26-29 settembre 1991, a cura di G. Bernardi Perini e C. Marangoni, Firenze, 1993, pp. 387-402).

Il poema Baldus, considerato il capolavoro del Folengo, è una sorta di continuazione comica della leggenda carolingia, in cui il protagonista, Baldus appunto, nipote di un re di Francia, abbandonato dal padre in tenera età, viene allevato da un contadino di nome Berto. Potenzialmente destinato alla vita di un raffinato cavaliere, Baldus si riduce ad essere un semplice ruffiano dai modi volgari e dalle frequentazioni poco raccomandabili. L'aspra critica dell'aristocrazia, dei cortigiani e del clero, che il Folengo traccia in quest'opera profondamente anticlassica, nonché l'uso comico del linguaggio e il forte realismo unito ad un senso di esplosiva ribalderia libertina ebbero grande influenza su François Rabelais, che conosceva molto bene l'opera del Folengo.

Questi si firma come Merlin Cocai, nato a Cipada, il borgo che fronteggia la virgiliana Pietole. Nutrito da una merla, egli trae ispirazione dal vino e dai piatti di gnocchi. Merlin Cocai è il «nome di leggerezza», come egli stesso lo definisce, che Folengo non ripudierà mai, facendo da esso derivare anche gli altri due suoi pseudonimi: il sentimentale Limerno e il serioso Fulica.

La parodia del modello virgiliano e dei suoi imitatori volgari e latini del ‘300 e del ‘400 parte dallo straordinario mélange linguistico, che inserisce vistose tessere dialettali e gergali in una struttura prosodica e sintattica che appare come citazione colta. «Anche sul piano tematico la novità del Macaronices liber è netta: il pastore e l'eroe, ancora atteggiati idealisticamente nel Sannazaro, nel Pontano o in Boiardo, trasferiti nel mondo maccheronico vincono in realismo gli esperimenti rusticali toscani, la Nencia di Lorenzo de' Medici, il Morgante. Come nelle farse e nei contrasti in dialetto pavano, con Merlin Cocai irrompe nel mondo dei generi letterari “alti”, dunque nel sistema dei valori che quei generi tradizionalmente esprimono – eroismo, amor patrio, virtù guerriera, otium e serenità della vita rustica – il comico di Dante e Boccaccio, dell'Alberti e del Pulci: la fondamentale istanza espressiva, naturalistica, che mostra la realtà come groviglio e pasticcio, mescolanza di bene e male, alto e basso, di serio e bizzaro. Una realtà determinata da istinti e bisogni, prima che da desideri o ideali. È una dimensione antropologica nuova, una visione del mondo capovolta: ciò che è basso, chiuso nella profondità della terra e del corpo, di norma taciuto nella cultura ufficiale, è portato alla superficie e proclamato come realtà unica, come verità. Simmetricamente ciò che è alto, nella mente umana e nella volta del cielo, è risospinto nel silenzio… Rispetto alla redazione precedente la Toscolana esprime un'ambizione letteraria che va al di là della parodia e citazione burlesca. C'è ormai nel Folengo una consapevolezza di poetica, cioè di istanze espressive e di procedimenti tecnici, che inserisce il maccheronico nel vivo della querelle cinquecentesca tra latino e volgare, toscano e dialetto, imitazione del decoro classico e moderna rifondazione dei modelli… Il linguaggio maccheronico appare rinnovato da una sempre più sottile fusione tra la componente latina e quella volgare. L'invenzione linguistica sembra incontenibile…» (D.B.I., XLVIII, pp. 548-549, a cura di A. Piscini).

«L'edizione del 1521 si segnala, già sul piano meramente editoriale, come la gemma delle edizioni folenghiane, e in assoluto come una gemma delle edizioni cinquecentine: il geniale editore Alessandro Paganino, che quattro anni prima aveva sagacemente lanciato l'esordiente Folengo del Liber macaronices, ora non solo ricompone con sontuosa cura l'opera profondamente riveduta e accresciuta – quasi un'opera nuova – ma non esita a dotarla anche d'un prezioso corredo di tavole xilografiche, destinato a giocare un ruolo non secondario nella fortuna ulteriore di Merlin Cocai… Ma la Toscolanese è importante anche e soprattutto perché ci consegna la fase più brillante, più sbrigliata del macaronico folenghiano, una fase già considerevolmente matura e non ancora frenata dalle inibizioni, ideologiche o classiciste, che provocheranno la vera e propria mutazione del Cipadense» (T. Folengo, Opus Merlini Cocaii, poete mantuani macaronicorum, Ristampa anastatica a cura di A. Nuovo, G. Bernardi Perini e R. Signorini, Volta Mantovana, 1994, pp. I-II).

Teofilo Folengo, al secolo Girolamo, nacque a Mantova. Proveniente da una famiglia di mercanti e notai (suo prozio fu il celebre Vittorino da Feltre), entrò intorno al 1509 nell'ordine benedettino, che all'epoca contava fra i suoi aderenti raffinati studiosi della bibbia ebraica e della patrologia greca, i quali esercitarono una profonda influenza sul giovane monaco. Rimase nell'ordine fino al 1525, anno in cui fu dispensato dai suoi voti. Insieme ad uno dei suoi fratelli si abbandonò ad una vita raminga, per poi decidere di far ritorno alla chiesa, venendo riammesso nell'ordine intorno al 1534, dopo quattro anni di penitenza vissuti come eremita. Nel 1526 publicò a Venezia due opere profane, l'Orlandino e il Chaos del Triperuno. Nel 1533 scrisse il poema religioso L'umianità del figlio di Dio con l'intenzione di redimere le sue passate pubblicazioni secolari. Questo tardivo pentimento non gli impedì tuttavia di porre mano a due revisioni del Baldus: la prima (conosciuta come Cipadense) fu stampata senza data fra il 1530 e il 1535 con false note tipografiche, la seconda uscì postuma a Venezia nel 1552 con la prefazione di un misterioso Vigasio Cocaio (cfr. M. Zaggia, Breve percorso attraverso le quattro redazioni delle Macaronee folenghiane, in: “Teofilo Folengo nel quinto centenario della nascita (1491-1991)”, Firenze, 1993, pp. 85-101). Nel 1538 il Folengo fu inviato in Sicilia presso Palermo. In quegli anni numerosi monaci mantovani soggiornarono nell'isola: tra questi Benedetto da Mantova, che tra il 1537 e il '39 vi compose il celebre Beneficio di Cristo. Folengo vi scrisse una sacra rappresentazione, l'Atto della Pinta, che fu più volte messa in scena. Nel 1542 fece ritorno in terra veneta. Morì il 9 dicembre 1544 (cfr. R. Dall'Ara, Folengo macaronico poeta. Girolamo, Teofilo e Merlin Cocai: il romanzo di una vita, Mantova, 2004, passim).

In fine si trova un fascicolo di otto carte segnato MM, che è privo di paginazione e chiaramente avulso dal resto dell'opera. La supervisione del Folengo alle operazioni di composizione e stampa della presente edizione, oltre che da varie varianti nel testo, è riscontrabile proprio nella elaborata e complessa vicenda di questo fascicolo. A volte mancante, di esso se conoscono due differenti tirature. La prima, che è quella presente nel nostro esemplare, contiene un breve scambio epistolare fra il Folengo e il Paganino, l'errata, la Tabula facetiarum ed un sonetto (cfr. A. Nuovo, Alessandro Paganino (1509-1538), Padova, 1990, pp. 78-82).

Sander, 2832. Edit16, CNCE19359. Adams, F-687. A. Nuovo, op cit., nr. 51.


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