Trattato di meser Giovanni Della Casa, nel quale sotto la persona d’un vecchio idiota ammaestrante un suo giovanetto si ragiona de modi, che si debbono o tenere, o schifare nella comune conversatione, cognominato Galatheo

Autore: DELLA CASA, Giovanni (1503-1556)

Tipografo: Valerio Meda e fratelli per Giovanni Antonio degli Antoni.

Dati tipografici: Milano,   1559

Formato: in ottavo

In 8vo (mm. 162x96); elegante legatura novecentesca in piena pelle nocciola, piatti entro cornici concentriche in oro (di cui una romboidale) con fleuron ornamentale al centro, dorso a cinque nervi con fregi e titolo in oro, tagli dorati; cc. 44. Segnatura: A-E8 F4. Marca tipografica sul titolo ed in fine. Ottima copia.

PRIMA EDIZIONE SEPARATA del celebre Galateo di Giovanni Della Casa, che, già apparso nel volume Rime et prose stampato a Venezia da Nicolò Bevilacqua nell'ottobre del 1558, andò incontro a numerosissime riedizioni e traduzioni fino alla fine del secolo. Si tratta della prima redazione del trattato. La redazione definitiva verrà edita da G. Cugnoni a Roma solamente nel 1889 tra gli Scritti inediti di Monsignor Della Casa (cfr. A. Santosuosso, The bibliography of Giovanni della Casa, Firenze, 1979, p. 75, nr. 264).

Originario del Mugello, Giovanni della Casa studiò a Firenze sotto Ubaldino Baldinelli. Dal 1524 fu mandato dal padre a Bologna per intraprendere gli studi di legge. Nel capoluogo emiliano egli frequentò le lezioni di R. Amaseo, strinse amicizia con L. Beccadelli, C. Gualteruzzi e F.M. Molza, che ritroverà successivamente a Roma, e cominciò a comporre i primi versi. Nel 1526 decise di fuggire da Bologna, per sottrarsi all'obbligo dei corsi di diritto. Dal 1527 al ‘29 e dal 1531 al '32 soggiornò a Padova, per completare quegli studi umanistici che egli aveva definitivamente deciso di abbracciare. In Veneto conobbe il Bembo, Trifone Gabriele e B. Lampridio, che era stato maestro di greco del Berni. Ebbe inoltre modo di avvicinare i massimi esponenti della nuova spiritualità riformistica del tempo, ossia R. Pole, G. Contarini e L. Priuli. Intorno al 1531 il Della Casa arrivò a Roma, dove insieme agli amici modenesi F.M. Molza e G. Porrino si diede ad una vita di otium letterario. In quegli anni egli cominciò ad intraprendere la propria carriera ecclesiastica, ma nello stesso tempo aderì entusiasticamente all'Accademia dei Vignaioli, contribuendo in modo significativo alla produzione di componimenti osceni e satirici che la contraddistingueva. Questa sua attività poetica giovanile fu più volte pubblicata in antologie che comprendevano rimatori come il Berni, il Molza, il Firenzuola, il Dolce, ecc. Nel 1540 fu nominato da Paolo III commissario per le decime in Romagna e a Firenze. Nel '43 rivestì la carica di tesoriere pontificio e nel 1544 gli fu affidata la sede arcivescovile di Benevento e la nunziatura a Venezia. Ad ogni tappa della sua carriera, il Della Casa prendeva sempre più le distanze dalla sua produzione poetica giovanile, che continuava a procuragli vari fastidi ed impedimenti. A Venezia, dove era anche rappresentante dell'Inquisizione romana, egli esercitò la sua carica con grande rigore ed intransigenza. Celebri il processo che egli intentò contro Pier Paolo Vergerio, i roghi dei libri, la censura dell'editoria (in particolare quella ebraica del Bomberg) e la pubblicazione nel 1549 del Catalogo dei libri proibiti. Nel 1548 il Della Casa scrisse l'Orazione a Carlo V, che, spedita il 12 gennaio 1549 al cardinal Farnese, costituisce una delle sue maggiori prove letterarie e si inserisce nel quadro politico della riluttanza di Venezia ad aderire all'alleanza tra papa e Francia contro gli Spagnoli. Nel 1550, dopo aver avuto un figlio da una cortiginana, lasciò Venezia per far ritorno a Roma. Dopo vani tentativi di procacciarsi incarichi prestigiosi nella curia romana, nel '51 si trasferì nuovamente a Venezia, dove ebbe modo di conoscere nuovi rimatori come B. Cappello, J. Marmitta, B. Rota e G. Stampa. Nel 1555 venne eletto segretario di Stato dal  nuovo papa Paolo IV Carafa. Morì a Roma il 14 novembre del 1556 senza aver ottenuto la tanto desiderata porpora cardinalizia (cfr. A. Santosuosso, Vita di Giovanni Della Casa, Roma 1979, passim).

Negli ultimi anni egli continuò a dedicarsi all'attività letteraria, componendo nuove rime, improntate ad una maggior compostezza formale di stampo petrarchesco e bembiano rispetto alla licenziosa produzione lirica giovanile, e soprattutto il Galatheo, che, frutto delle conversazioni romane avute con Galeazzo Florimonte nel 1550, fu terminato intorno al 1553. Questo trattato sulla “buona creanza” e sul corretto comportamento, che recupera e compendia le tesi del Cortegiano del Castiglione e l'ideologia della potenza del Principe nel nuovo clima della Controriforma, influenzò i costumi di gran parte della società occidentale degli ultimi secoli. Il termine “galateo” deriva dal già citato vescovo di Sessa Galeazzo (Galatheus) Florimonte, il quale suggerì al della Casa di scrivere il trattato. Come enunciato dal titolo completo dell'opera (Trattato di Messer Giovanni Della Casa, nel quale sotto la persona d'un vecchio idiota ammaestrante un suo giovinetto, si ragiona dei modi che si debbono o tenere o schifare nella comune conversazione, cognominato Galateo ovvero dei costumi), la voce narrante di un vecchio “idiota”, vale a dire un illetterato che vuole consigliare un giovane, espone tutti quei comportamenti da evitare quando ci si trova in compagnia o in pubblico, suggerendo allo stesso tempo la giusta tenuta di condotta. Seguendo il precetto del rispetto della personalità altrui, il vecchio illetterato mette in guardia il suo allievo da comportamenti che possano sembrare sprezzanti (come la trasandatezza nel vestire) verso gli altri; lo invita nella conversazione a non affrontare argomenti sia troppo frivoli sia troppo complessi, perché potrebbero annoiare chi ascolta; suggerisce di evitare le moine e i consigli non richiesti; insegna come comportarsi a tavola, come vestirsi, insomma non tralascia nessun aspetto del vivere sociale (cfr. S. Carrai, Introduzione, in: “G. Della Casa, Rime et prose-Latina monimenta”, Roma, 2006, pp. I-XXXII).

Santosuosso, op. cit., nr. 20. Edit 16, CNCE16462. Adams, C-813. Gamba, nr. 283. G. Bologna, a cura di, Le cinquecentine della Biblioteca Trivulziana, Milano, 1965, I, nr. 120.


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