Della misura dell'acque correnti di don Benedetto Castelli monaco cassinense

Autore: CASTELLI, Benedetto (1577?-1643)

Tipografo: Francesco Cavalli

Dati tipografici: Roma, 1639


In 4to (mm. 212x158). Pp. [4], 72. Grande figura in rame impressa al verso del titolo, che raffigura un ponte sul Tevere sormontato dalle armi di Urbano VIII, dedicatario dell'opera. Note tipografiche stampate al verso del titolo. A p. [57] si apre con frontespizio proprio la sezione intitolata Demostrazioni geometriche della misura dell'acque correnti. Con alcuni diagrammi in legno nel testo. Pergamena floscia coeva con titolo manoscritto al dorso (piccolo restauro al dorso). Al contropiatto timbro dell'Ing. Daniele Pozzoli di Crema ed ex-libris di Giorgio Tabarroni ed amici. Leggera brunitura uniforme, segno di tarlo nel margine inferiore dell'ultima carta senza danno, nel complesso buona copia genuina.

 

Seconda edizione (la prima era apparsa a Roma presso la Stamperia Camerale nel 1628) di questa opera fondamentaleche segna l'inizio dell'idraulica moderna. Una terza edizione aumentata fu pubblicata postuma a Bologna nel 1660.

Incaricato dal papa della gestione delle piene di alcuni fiumi, Castelli constatò che quando l'acqua scorre attraverso un passaggio, come l'arcata di un ponte, essa aumenta di volume e di velocità. Egli giunse poi a determinare in termini matematici il rapporto inversamente proporzionale tra l'area della sezione di un fiume e la velocità delle sue acque. Questa scoperta ebbe rilevanti conseguenze per il controllo delle piene dei fiumi, per l'irrigazione e la distribuzione delle acque di fonte.

Nato a Brescia o nei suoi immediati dintorni, Benedetto Castelli (al secolo Antonio) prese l'abito benedettino nel 1595 e poco dopo fu trasferito a Padova, dove ebbe modo di proseguire gli studi matematici e di conoscere Galileo Galilei, con il quale avrebbe intrecciato una relazione, fatta di amicizia e stima reciproca, destinata a durare per quarant'anni. Quando Galileo se ne andò a Firenze, per star vicino al maestro Castelli si fece mandare alla badia fiorentina del suo ordine. Nei tre anni passati nella città toscana, egli aiutò Galileo a compiere le sue ricerche sui satelliti di Giove, sulle fasi di Venere, sulle macchie solari e, soprattutto, sui galleggianti, occupandosi della stampa di Delle cose che stanno in su l'acqua (Firenze, 1612).

Nel 1613, grazie all'appoggio del grande scienziato pisano, Castelli ottenne la cattedra di matematica presso lo Studio di Pisa. Nel corso dei molti anni d'insegnamento, egli tenne letture private sul Compasso e sul Saggiatore, riscuotendo grandissimo successo tra gli studenti. A Pisa ebbe come allievo Bonaventura Cavalieri, la cui sorte, come del resto quella degli altri suoi geniali pupilli Alfonso Borelli ed Evangelista Torricelli, gli stette sempre molto a cuore.

Dopo l'elezione di Urbano VIII (1623), Castelli fu chiamato a Roma, dove ebbe la cattedra alla Sapienza e fu incaricato di occuparsi dei corsi d'acqua di Ferrara e Bologna e del Chiana. Inviato a Brescia nel 1633, non poté assistere, per suo grandissimo sconforto, al processo di Galileo.

Nonostante le gravose incombenze affidategli, egli continuò sempre le proprie ricerche, interessandosi anche di algebra, meteorologia, magnetismo ed astronomia. Nel 1640, con l'ausilio di telescopi di nuova invenzione, giunse a scorgere che i due corpi rotondi descritti da Galileo come attaccati al pianeta Saturno, erano in realtà da esso separati. Morì a Roma nel 1643.

 

Favaro, 171; Riccardi, I, 290.


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