Dei delitti e delle pene

Autore BECCARIA, Cesare (1738-1794).
Tipografo Marco Coltellini
Dati tipografici Livorno, 
Prezzo 20.000,00
Dei delitti e delle pene

PMM 209

In 4to (mm. 203x145). Pp. 104, [2]. Segnatura: A-N4 χ1. Legatura francese dell'Ottocento in mezzo marocchino rosso, piatti in carta marmorizzata, dorso a quattro nervi con fregi e titolo in oro, risguardi e tagli marmorizzati. Tra le carte di guardia si trova un foglietto sciolto vergato da una mano ottocentesca che contiene uno stralcio contro la tortura tratto dall'Ode à la verité di Volatire. Sul titolo firma di appartenenza di un certo “C. Minoret”. Frontespizio lievemente macchiato, leggera brunitura uniforme, fioriture sparse, ma ottima copia marginosa.

PRIMA EDIZIONE (in uno dei rari esemplari recanti la carta finale d'errata con ventuno emendazioni) della più significativa e celebre opera dell'illuminismo italiano, che al suo apparire fu subito accolta con entusiastici consensi in tutta Europa. Per motivi prudenziali, il nome dell'autore non compare nel testo, che infatti con sentenza pronunciata il 3 febbraio del 1766 fu inserito nell'Indice dei libri proibiti. Dopo la prima edizione livornese, l'opera venne ristampa numerossisime volte, quasi sempre con falsi luoghi di stampa (Monaco, Losanna, Harlem, ecc.), in edizioni più o meno corrette e più o meno legittime - alcune di esse sono contraffazioni di contraffazioni -, a testimonianza dell'immensa risonanza che ebbe e delle difficoltà che incontrò nella sua diffusione. Grazie alla traduzione in tutte le principali lingue del tempo, Dei delitti e delle pene giunse a influenzare, più o meno direttamente, Caterina di Russia, Giuseppe II, Leopoldo II e i legislatori della rivoluzione americana e di quella francese.

Nel saggio Beccaria critica aspramente la legislazione vigente e il trattamento carcerario dei detenuti (in particolare l'aberrante, ma diffusissima pratica della tortura), rigettando in blocco gran parte della tradizione giuridica precedente e ponendo al centro della sua riflessione il rispetto dei diritti dell'individuo, in particolare i diritti cosidetti naturali, quali il diritto di libertà e quello di proprietà. In conformità con le idee razionalistiche ed utilitaristiche proprie dell'illuminismo, che egli originalmente combina con un profondo amore per il prossimo, Beccaria sostiene che lo strumento fondamentale per far piazza pulita dei privilegi e dei sopprusi commessi a favore di pochi sia la razionalizzazione del diritto attraverso la legge: una legge generale e inequivocabile che disciplini in modo chiaro e senza distinzioni. Il primo e più importante passo in questa direzione consiste nel separare diritto e religione, favorendo da un lato la laicità della legge e promuovendo dall'altro la tolleranza religiosa. In questo senso Beccaria pone in modo netto la distinzione fra reato e peccato, criticando la pena di morte, ritenuta un inutile deterrente, e teorizzando il valore educativo e riabilitativo della pena.

Cesare Beccaria nacque a Milano da nobile famiglia di origine pavese. Dopo gli studi compiuti presso il gesuitico Collegio Farnesiano di Parma e presso l'Università di Pavia, dove si laureò nel 1758, ebbe un violento scontro con il padre a causa della sua infatuazione per la figlia di un tenente colonello. Folgorato dalla lettura delle Lettres persanes di Montesquieu (egli stesso parlò di una «conversione»), decise di dedicarsi alla filosofia. Insieme ai fratelli Pietro ed Alessandro Verri (quest'ultimo era divenuto proprio allora avvocato «protettore dei carcerati»), fu tra i fondatori nel 1762 dell'Accademia dei Pugni e tra i collaboratori della rivista il Caffè. Il ruolo che i Verri ebbero nella genesi e nella stesura di Dei delitti e delle pene non può essere sottovalutato. Dopo la condanna del libro, nel 1766 Beccaria compì un breve viaggio a Parigi, dove fu accolto con grande entusiasmo dal mondo intellettuale. Rientrato a Milano, nel 1768 fu nominato professore di scienze camerali presso le Scuole Palatine. Dopo due anni di insegnamento, nel 1771 richiese e ottenne di diventare consigliere del Supremo consiglio d'economia. Negli anni seguenti, in qualità di alto funzionario dell'amministrazione asburgica, cercò attivamente di introdurre nuove riforme di stampo illuministico. Morì a Milano il 28 novembre del 1794.

Gamba, nr. 2147; Parenti, p. 67; Melzi, I, p. 281; Printing and the Mind of Man, nr. 209; L. Firpo Le edizioni italiane dei delitti e delle pene, Milano, 1984, nr. 1; Einaudi, nr. 3362; B. E. Harcourt, Beccaria's ‘On Crimes and Punishments': A Mirror on the History of the Foundations of Modern Criminal Law, Chicago 2013; M. Palumbo & E. Sidoli, a cura di, The Books that Made Europe, Bruxelles 2106, pp. 248-249.

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