Della miseria et eccellenza della vita humana, ragionamenti due [...] Nel qual con infiniti essempi, cavati da piu famosi scrittori, s'impara quali siano i travagli, & quali siano le perfettioni di questo mondo [...] Et nuovamente dati in luce da Luigi Groto Cieco d'Hadria

Autore: BONARDO, Giovanni Maria (ca. 1523-ca. 1584)

Tipografo: Fabio & Agostino Zoppini

Dati tipografici: Venezia, 1586


In 8vo (mm. 162x108). Cc. [4], 147, [1 bianca]. Segnatura: †4 A-S8 T4. Marca tipografica al titolo ed in fine. Ritratto dell'autore al verso del titolo. Carattere corsivo. Iniziali e fregi xilografici. Pergamena floscia coeva con titolo manoscritto lungo il dorso (risguardi rinnovati). Leggera brunitura uniforme, lieve alone al margine inferiore alla fine del volume, nel complesso buon esemplare.

Prima edizione, edita dall'amico Luigi Groto e dedicata da Giovanni Maria Avanzi al cardinal Canano (in data Rovigo, 1° marzo 1586), di questi due discorsi filosofici e morali sulle miserie, vanità e gioie della vita umana, che si chiudono con una celebrazione della vita contemplativa. Furono pronunciati dall'autore a Mantova e a Gazuolo in presenza di Lucrezia Gonzaga e poi raccolti dal Groto, che li dice pronti per la stampa già nel 1570, ma erano in seguito andati temporaneamente perduti.

Bonardo nacque a Fratta Polesine nella prima metà del Cinquecento, forse da famiglia dipendente dal marito di Lucrezia Gonzaga, Giampaolo Manfrone, capitano di Venezia per il Polesine di Rovigo, che a Fratta aveva dei possedimenti. Dall'epistolario della Gonzaga, che insieme a quello di Luigi Groto costituisce la maggior fonte di informazioni circa la vita del Bonardo, si deduce che questo compì i suoi studi letterari a Ferrara, forse a spese della stessa Gonzaga. Tornato a Fratta, nel 1552 il Bonardo cercò invano d'ottenere, sempre tramite l'intercessione di Lucrezia, un posto presso Pietro Paolo Manfrone, cugino di Giampaolo. Sempre nel 1552 comparivano poesie del Bonardo, in latino, greco e italiano, nei Due panegirici di Ortensio Lando, uno dei quali dedicato proprio a Lucrezia Gonzaga. Sempre a lei il Bonardo dedicava alcuni anni più tardi, nel 1563, un libro di Madrigali (ristampati nel 1571, 1579 e 1598), editi a cura di Orazio Toscanella. Ai contatti con l'ambiente veneziano dei poligrafi e letterati, tra i quali figura Girolamo Ruscelli, seguì l'amicizia con Luigi Groto, che divenne l'emendatore-editore per conto dei tipografi veneziani Fabio e Agostino Zoppini delle opere del Bonardo, il quale tra un viaggio e l'altro a Venezia, risiedette per lo più in villa a Fratta. Tra queste spiccano soprattutto il trattato Le ricchezze dell'agricoltura del 1589, più volte ristampato fino alla fine del Seicento a dimostrazione della fortuna di un'opera che si rivolgeva con semplicità e praticità ai nuovi padroni di ville, e l'operetta di cosmologia, apparsa per la prima volta nel 1563 e poi con sostanziali aggiunte e correzioni nel 1589, intitolata La grandezza, larghezza, e distanza di tutte le sfere. Con le ultime lettere del Groto (1584) finiscono le notizie sul Bonardo, che dovette morire non molto tempo dopo (cfr. G. Stabile, Bonardo, Giovanni Maria, in: “Dizionario Biografico degli Italiani”, XI, 1969, s.v.).

“Conosciuto ed apprezzato soprattutto nell'età matura come scrittore di agronomia, il Bonardo aveva iniziato però fin dalla giovinezza una intensa attività letteraria che rifletteva gli orientamenti culturali del tempo e dell'ambiente da lui frequentato. Incerte dovevano essere state le sue aspirazioni se Lucrezia Gonzaga, da lui interpellata, lo incitava a dedicarsi agli studi letterari, convincendolo tuttavia a non trascurare le discipline militari […] Queste esortazioni non convincevano però il Bonardo, certamente non predisposto alla disciplina militare ma piuttosto incline all'arte poetica: nel 1563 veniva dato infatti alle stampe un suo libro di Madrigali dedicato naturalmente alla Gonzaga. Erano tutti componimenti di tipo amoroso, che ben riflettevano lo stile poetico del tempo e il clima culturale delle accademie dove venivano letti alla presenza delle dame che li avevano ispirati e di tutti gli altri poeti e letterati. La dedica alla nobildonna mantovana, scritta dal Toscanella, membro dell'Accademia dei Pastori Frattegiani, rivela infatti come questi versi fossero anche frutto delle numerose riunioni che si tenevano alla Fratta: il tentativo di emulare il Groto traspare dai vari componimenti, mancanti però dell'incisività di quelli del Cieco […] Il Groto aveva allora 23 anni, il Bonardo quasi 40; tale differenza d'età non fu d'ostacolo alla loro amicizia e collaborazione letteraria, e il Bonardo, benché più maturo, accettò sempre i suggerimenti e i consigli dell'amico” (S. Malavasi, Giovanni Maria Bonardo, agronomo polesano del Cinquecento, Venezia, 1988, pp. 75-76; see also S. Malavasi, Ancora sull'agronomo Giovanni Maria Bonardo e l'Accademia dei Pastori Frattegiani, in: “Verso la santa agricoltura. Alvise Cornaro, Ruzante, il Polesine”, a cura di G. Benzoni, Rovigo, 2004 , pp. 67-79).

Edit 16, CNCE6846.


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