Delle imprese trattato di Giulio Cesare Capaccio. In tre libri diviso. Nel primo, del modo di far l’Impresa da qualsivoglia oggetto, o Naturale, o Artificioso con nuove maniere si ragiona. Nel secondo, tutti ieroglifici, simboli e cose Mistiche in lettere Sacre, o Profane si scuoprono; e come da quegli cavar si ponno l’Imprese. Nel terzo, nel figurar degli emblemi di molte cose naturali per l’Imprese si tratta

Autore CAPACCIO, Giulio Cesare (1552-1634).
Tipografo Giovanni Giacomo Carlino & Antonio Pace per Orazio Salviani
Dati tipografici Napoli, 
Prezzo 2.400,00
Delle imprese

Tre parti in un volume in 4to (mm. 205x142); Cc. [32], 84; 148; 60. Segnatura: ¶4 a-g4 A-X4; Aa-Zz4 Aaa-Ooo4; Aaaa-Pppp4. Con 300 illustrazioni xilografiche nel testo, raffiguranti emblemi, medaglie, armi nobiliari e altri simboli. Marche tipografiche ai titoli e al verso dell'ultima carta. Solida pergamena di fine Seicento o inizio Settecento con tassello e titolo in oro al dorso. Piccolo foro alla c. A2 dovuto alla qualità della carta che comporta una perdita di qualche parola, antico rinforzo ai margini interno ed inferiore della c. Ll2, lievi fioriture sparse, qualche leggero alone, ma nel complesso ottima copia genuina.

PRIMA EDIZIONE di uno dei maggiori trattati di emblematica del Cinquecento, importante sia dal punto di vista teorico che per il ricchissimo ed originale apparato iconografico. Il volume presenta due dediche, una firmata dall'autore e indirizzata a Giovanni Battista Crispi ed un'altra di F. Tommaso da Capua al cardinale di Mondovì. Sono datate rispettivamente da Napoli il primo e l'ultimo giorno di maggio del 1591.

Il trattato Delle Imprese si inserisce nella tradizione neoplatonica quattro-cinquecentesca che aveva dato dei geroglifici (riproposti all'attenzione dalla circolazione a Firenze nel 1422 di un manoscritto dei Hieroglyphica di Horapollo e dalla loro recente utilizzazione ornamentale, per esempio da parte dell'urbanista e architetto Domenico Fontana) un'interpretazione simbolica piuttosto che fonetico-alfabetica: i geroglifici venivano così a configurarsi come primo esempio esoterico di linguaggio delle immagini; come precedente privilegiato della nuova scrittura metaforica, entro la quale un posto di primo piano occupava l' “impresa” in quanto “espression del concetto sotto simbolo di cose naturali”, cioè realizzazione metaforica scritta e visiva di un “concetto”.

All'interno di una concezione alquanto aristocratica della letteratura, Capaccio sostiene che fu l'esistenza di culture separate (quella esoterica degli eletti e quella degli “uomini impuri”) a permettere nell'antico Egitto la nascita della scrittura “simbolica” dei geroglifici. E, a suo avviso, era l'impegno per una cultura privilegiata che poteva garantire spazio e vitalità alla nuova “scrittura” artificiosa degli emblemi, delle imprese e della letteratura in genere (cf. R. Klein, La théorie de l'expression figurée dans les traités italiens sur les “imprese”, 1555-1612, in: “Bibliothèque d'Humanismeet Renaissance”, XIX, 1957, pp. 320-341).

Giulio Cesare Capaccio nacque a Campagna d'Eboli (Salerno) nel 1552. Nella città natale egli venne avviato agli studi filosofici dai padri domenicani. La discreta agiatezza della famiglia gli permise di proseguire gli studi di diritto a Napoli. Tuttavia il giovane studente si mostrò interessato soprattutto all'erudizione antiquaria, per la quale trovò una guida autorevole nel gesuita Girolamo Casella da Nola, esperto studioso di testi siriaci ed ebraici. Completò gli studi giuridici a Bologna, da dove diede inizio a una lunga serie di viaggi attraverso l'Italia che gli fruttarono conoscenze ed amicizie altolocate: conobbe fra gli altri il cardinale di Montalto, futuro papa Sisto V. Tornò a Napoli verso il 1575, e qui s'immerse nello studio “de sacre lettere, sacrosanti concilii e santi dottori della S. Chiesa Romana”.

L'attività del Capaccio non si esaurì soltanto nell'oratoria sacra, nell'euristica delle “imprese' e nella critica letteraria, ma si estese anche al campo della ricerca storico-archeologica. Anzi a Napoli egli fu conosciuto ed apprezzato principalmente come erudito; tanto che Angelo Costanzo lo pregò di rivedere e di “risecare” la sua Istoria napoletana e il vicerè don Juan Alfonso Pimentel lo incaricherà nel 1606 di esaminare e catalogare le statue antiche venute alla luce nella campagna cumana.

Nel 1592 Capaccio abbandonò improvvisamente Napoli e si ritirò a vivere a Campagna, dove si diede all'insegnamento letterario. Probabilmente a forzarlo al ritorno in provincia furono motivi familiari ed economici. Nel 1593 tornò di nuovo a Napoli, con l'impellente bisogno di un impiego. Gli fu affidato un ufficio pubblico: la provveditoria dei grani e degli oli. L'impiego pubblico non gli impedì di continuare a dedicarsi agli studi letterari, e in particolare a quelli di erudizione locale che lo resero tanto benemerito presso le autorità da fargli meritare nel 1602 l'ambito e ben remunerato ufficio di segretario della città.

Tra vari emolumenti pubblici Capaccio andava intanto raccogliendo il materiale documentario che gli avrebbe permesso la stesura della Historia Puteolana (Napoli 1604: ripubblicata in traduzione nel 1607 col titolo esplicativo Vera antichità di Pozzuoli) e della Historia Neapolitana (Napoli 1607). Per queste due opere divenne celebre in città e fu ribattezzato “restauratore dell'antichità napoletana”.

Nel 1611 veniva inaugurata ufficialmente l'Accademia degli Oziosi, e il Capaccio vi figurava tra i fondatori. Benché spesso distratto da vari incarichi pubblici (fu mandato come ambasciatore presso il duca di Urbino e presso la Repubblica di Venezia), egli non mancò di interessarsi anche all'organizzazione della cultura.

Ma col 1613 si aprì per lui un periodo di persecuzioni e umiliazioni quasi sicuramente immeritate ed in seguito a una grave accusa fu costretto a lasciare segretamente Napoli e a nascondersi in provincia. L'esilio durò quasi un anno, dal dicembre del 1613 alla fine del 1614. Il rientro a Napoli riservò all'ex segretario ulteriori delusioni: la riabilitazione fu alquanto difficoltosa, non fu riammesso al suo ufficio e gli fu negata la restituzione dei beni confiscati. Si decise così ad accogliere nel 1616 l'invito di Francesco Maria II Della Rovere a trasferirsi alla corte di Urbino, dove fu accolto come custode della biblioteca ducale, fu nominato consigliere e gli furono affidati incarichi di grande responsabilità (come quello di ambasciatore a Venezia per congratularsi dell'elezione del doge Antonio Priuli e l'altro di trattare il caldeggiato matrimonio di Federico Ubaldo con la figlia di Cosimo II de' Medici). Nella corte ducale egli poté finalmente portare a termine un'opera iniziata nel lontano 1594 allo scopo di confondere “gli inimici di S. Chiesa”: Il Principe, Venezia 1620 (poi ripubblicato Napoli nel 1623 col titolo: Precetti e avvertimenti morali e politici dati al serenissimo principe d'Urbino).

Il 28 giugno 1623 (con sospetto di avvelenamento) morì a Urbino Federico Ubaldo. In quello stesso anno il Capaccio ritornò a Napoli. In un primo momento aveva pensato di trasferirsi a Roma (e vi si recò nel 1625), ma alla fine ritenne più opportuno ristabilirsi a Napoli; tanto più che il figlio, pienamente riabilitato, vi era stato nominato regio consigliere. Tuttavia l'ex segretario non riuscì più a rientrare nell'agiatezza di un tempo: per vivere si costrinse al modesto ufficio di maestro di scuola, e ad arrotondargli lo stipendio dovette sistematicamente provvedere il figlio. L'8 luglio 1634 il Capaccio morì a Napoli e venne sepolto nella cappella di S. Giuseppe nella chiesa di S. Maria La Nuova (S. Nigro, Giulio Cesare Capaccio, in: “Dizionario Biografico degli Italiani”, XVIII, Roma, 1975, s.v.).

Index Aureliensis, nr. 131.440; Edit16, CNCE9062; Manzi, Annali del Salviani, nr. 166; Praz, p. 296; Mortimer, p. 149, nr. 101; Landwehr, VI, 203.

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