Dialogo de fortuna del magnifico cavalliero Antonio Phileremo Fregoso

Autore: FREGOSO, Antonio (ca. 1444-1530)

Tipografo: Niccolò Zoppino

Dati tipografici: Venezia, 1525

Formato: in ottavo

In 8vo (mm. 152x101). Cc. [32]. Segnatura: A-D8. Frontespizio con al centro una grande figura in legno raffigurante la fortuna nuda che naviga sorreggendo una vela. Colophon a c. D8r. Marca tipografica al verso dell'ultima carta. Legatura di inizio Novecento in marocchino rosso, piatti entro triplice filettatura dorata, titolo in oro lungo il dorso, dentelles e risguardi marmorizzati. Lievi fioriture. Ottima copia marginosa.

RARA EDIZIONE, probabilmente la quinta o la sesta in assoluto, una ristampa della seconda edizione zoppiniana del 1523, di questa fortunata opera in versi, che apparve per la prima volta a Milano nel 1519 e fu successivamente più volte ristampata. Nel Dialogo l'autore sostiene la tesi, di ascendenza erasmiana, che sia saggio difendere l'idea della presenza nella vita dell'uomo di un operare fortuito, il quale non esclude, pur discostandosene, la volontà divina. Si tratta di un poema in 18 capitoli scritto in forma di dialogo filosofico-allegorico tra Lancino Curti, Bartolomeo Simonetta e lo stesso Fregoso.

Antonio Fregoso nacque probabilmente a Carrara, figlio illegittimo di Spinetta, signore della città e membro della nobile famiglia genovese dei Fregoso, il quale non avendo eredi maschi lo fece legittimare. Dopo la morte di quest'ultimo nel 1467 si trasferì a Milano presso il tutore testamentario nominato dal padre. Nel 1472 Galeazzo Maria Sforza gli concesse la cittadinanza milanese. Nel 1478 Gian Galeazzo lo fece cavaliere. Per i suoi servigi ottenne in dono il feudo di Sannazzaro in Lomellina, che poi perse in seguito all'invasione di Luigi XII. Nei primi anni del Cinquecento si ritirò a vita privata nella sua villa di Colturano presso Lodi, dandosi il nome di Phileremo, ossia amante della solitudine. Non cessò comunque di frequentare i circoli letterari milanesi dell'epoca, in particolari quello di Cecilia Gallerani e quello di Ippolita Sforza Bentivoglio. Fu amico di Lancino Curti, che gli dedicò un epigramma latino, di Serafino Aquilano, di Bernardino Corio e di Gaspare Visconti. Tra gli scritti del Fregoso, tutti in versi, ricordiamo la favola Cerva Bianca (Milano, 1510) e i due poemi allegorici sulla vanità del mondo intitolati il Riso di Democrito (Milano, 1506) e il Pianto di Heraclito (Milano, 1507), che furono ristampati insieme innumerevoli volte con il titolo I doi filosofi (cfr. A. Dobelli, L'opera letteraria di A.P. Fregoso, Modena, 1898, passim).

Edit 16, CNCE19882; Sander, 2934; Essling, 2093; Baldacchini, p. 183, nr. 185.


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