HERBOLARIO VOLGARE: nel quale se dimostra conoscer le herbe: et le sue vrtu: et il modo di operarle: con molti altri simplici: di novo venute in luce: et di latino in volgare tradutte: con gli suoi repertorii da ritrovar le herbe: et li rimedij alle infirmita in esso contenute:…

Autore: HERBOLARIO VOLGARE

Tipografo: Giovanni Maria Palamides

Dati tipografici: Venezia, 1539

Formato: in ottavo

In 8vo (mm. 154x101); legatura coeva in piena pelle con ricche impressioni a secco (dorso abilmente rifatto); cc. [6], 152, [22]. Segnatura: AA6, A-X8, Y6. Titolo stampato in rosso e nero con una grande vignetta in legno raffigurante i Santi Cosma e Damiano. Inoltre con due immagini sacre a piena pagina (verso della carta AA6 e recto dell'ultima carta) e 151 figure di piante (con l'eccezione di due che raffigurano un alveare ed una cantina piena di botti) a tre quarti di pagina incise in legno nel testo. Piccolo segno di tarlo nel margine interno di alcune carte senza danno al testo, leggeri aloni marginali in alcune parti del volume, ma nel complesso ottima copia genuina. Note e prove di penna al contropiatto e al risguardo anteriore, firma di appartenenza settecentesca in parte cassata al frontespizio.

RARA EDIZIONE dell'Herbolario volgare, il quale, apparso per la prima volta a Venezia presso i torchi di Alessandro Bindoni nel 1522, fu ristampato varie volte fino alla fine del secolo. Tutte le numerose edizioni di erbari latini e volgari (tedeschi, italiani, francesi, olandesi e inglesi), che si sono succedute tra la fine del Quattrocento e la metà del Cinquecento, risalgono in maniera più o meno diretta ai due capostipiti del genere, ossia l'Herbarium Apulei Platonici (Roma, 1481 ca., erroneamente attribuito al celebre scrittore Apuleius, fu in realtà composto fra il IV e il V secolo d.C.) e l'Herbarius stampato a Magonza da Peter Schöffer nel 1484. In Germania l'opera si diffuse poi sotto il titolo di Hortus Sanitatis, tradotto in Gart der Gesundheit. In Italia il testo latino (prima edizione: Vicenza, 1591), che deriva da quello dell'Herbarius Magontinus, ma presenta una nuova serie di legni ridisegnati con accenti più naturalistici, fu stampato con il titolo Tractatus de virtutibus herbarum ed erroneamente attribuito ad Arnaldo di Villanova. L'Herbolario volgare deriva, con piccole variazioni, testo e immagini dalla prima edizione latina di Vicenza. L'opera, che è una compilazioni da varie fonte, tutte risalenti ad almeno un secolo prima dell'edizione di Magonza, circolò precedentemente in forma manoscritta (cfr. A. Arber, Herbals, their Origin and Evolution. A Chapter in the History of Botany, 1470-1670, Cambridge, 1912, pp. 11-13).

La presente è la quinta edizione in italiano, ristampa quasi identica all'edizione di G.A. Vavassore del 1534. Fra le due vi è l'edizione del 1536 di A. Bindone e M. Pasini contenente 170 figure. «All the woodcuts belong to the Latin Hortus Sanitatis, but are not printed from the blocks used in the 1534 edition. The cut of the annunciation occurs first in a devotional book of 1524… The woodcuts 109, 143 and 149 are slightly different from the corresponding ones in the 1534 edition; the woodcuts 2-3 are exchanged by misprint» (C. Klebs, A Catalogue of early Herbals, Lugano, 1925, pp. 9-10, nr. 18).

Il successo degli erbari, sia latini che volgari, deriva dalla praticità e semplicità del loro contenuto, il quale, essendo ordinato alfabeticamente, permetteva in modo facile, ad erboristi, speziali, medici e raccoglitori, di avere a disposizione le principali nozioni di farmacopea che gli autori medievali avevano appreso dagli autori antichi. Da un punto di vista scientifico essi hanno invece scarso valore, in quanto le descrizioni sommarie non permettono spesso l'identificazione delle piante e le virtù terapeutiche sono frequentemente associate a preghiere e pratiche magico-astrologiche. La pubblicazione degli erbari di Brunfels (1530), Fuchs (1542) e Mattioli (1565) li renderà del tutto obsoleti anche per l'epoca.

«L'Herbolario volgare consta di sette parti. La prima, di gran lunga più ampia, raffigura 150 semplici (ed è interessante rilevare che si tratta di piante, indigene o acclimatate, largamente diffuse allora anche in Germania) e l'iconografia è corredata da una lunga sequenza di prescrizioni e di elenchi delle loro virtù curative e delle infermità a cui esse si applicano. Le altre parti offrono, senza iconografia e in brevissimi capitoletti, le ricette dei “semplici lassativi”, di quelli “confortativi” e “specie odorifere”, dei frutti, delle “gomme”, del “sale, miniere e pietre” e degli animali. In tutte le sette parti il carattere pratico è dominante. Circa le fonti dichiarate, più che quelle del mondo classico (Plinio è citato tre volte, Galeno cinque, Dioscoride otto, mentre Aristotele solo nella settima parte, a proposito degli animali), oltre a nomi di autori non medici, come Bartolomeo Anglico e lo pseudo-Alberto, troviamo quelli degli scrittori arabi di materia medica, da Mesue ad Averroè, da Serapion ad Avicenna, oltre ad opere di autori della scuola salernitana, come il Circa Instans di Matteo Plateario. L'opera più recente, e anche più citata, è il Liber Pandectarum Medicinae del mantovano Matteo Silvatico, degli inizi del XIV secolo, che godeva di molta autorità… Le caratteristiche dei semplici sono basate sulla teoria ippocratica degli elementi… Le malattie, causate dallo squilibrio fra questi umori, debbono pertanto venir curate con semplici o composti che posseggano caratteri contrari a quelli degli umori che le causano» (E. Caprotti in: “Apuleius Barbarus, Herbarium Apulei; Herbolario volgare”, Milano, 1979, I, pp. XV-XVII).

«Le illustrazioni sono rozze e semplici al confronto con quelle di Brunfels, di Fuchs e dei loro successori. Presumibilmente avevano dietro di sé una serie di disegni copiati da un manoscritto all'altro, prima di essere intagliate sui blocchi usati per la stampa. Ciononostante, le piante stesse sono nella maggior parte dei casi riconoscibili… L'opera, nell'insieme, ha un posto nella storia della terminologia botanica italiana, della “materia medica” e della medicina del Rinascimento, come in quella dell'iconografia botanica» (W.T. Stearn in: “Apuleius Barbarus, Herbarium Apulei; Herbolario volgare”, Milano, 1979, I, p. XXXVIII).

Edit 16, CNCE22581; G.A. Pritzel, Thesaurus literaturae botanicae, Milano, 1950, nr. 10766; C. Nissen, Die botanische Buchillustration, Stuttgart, 1966, nr. 2318; Prince d'Essling, Les livres à figures vénitiens, 1a parte, II, Firenze-Parigi, 1908, pp. 462-463, nr. 1196.


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