Il Cesano, dialogo di M. Claudio Tolomei, nel quale da più dotti huomini si disputa del nome, col quale si dee ragionevolmente chiamare la volgar lingua

Autore TOLOMEI, Claudio (1492-1555).
Tipografo Gabriel Giolito de Ferrari
Dati tipografici Venezia, 
Prezzo € 2.800,00
Il Cesano

In pergamena dipinta per Luigi Silva

[Legato con:] PLATO(427-ca. 347 a.C.)-RUSCELLI, Girolamo ed. (1518-1566)-ERIZZO, Sebastiano tr. (1525-1585). Il dialogo di Platone, intitolato il Timeo, overo della natura del mondo. Tradotto di lingua greca in italiano da m. Sebastiano Erizzo, gentil'huomo venetiano. Et dal medesimo di molte utili annotationi illustrato, et nuovamente mandato in luce da Girolamo Ruscelli. Venezia, [Orfeo Dalla Carta] per Comin da Trino, 1558.

Due opere in un volume in 4to (mm. 205x143). I: Pp. [4], 97, [3]. Segnatura: A-N4. Marca editoriale al frontespizio e a c. N4v. Frontalini, capilettera e fregi xilografici. Sul frontespizio firma di possesso e timbro nobiliare di Luigi Silva (il timbro è ripetuto anche al verso di c. A2); II: cc. [4], 41, [1]. Segnatura: *4 A-L4 K2. Marca editoriale al frontespizio e a c. L2r. Capilettera e piccoli fregi xilografici. Segnatura manoscritta al margine superiore del risguardo anteriore: “J:I:i0:”. Piccolo foro nel margine bianco di c. A2, segni di tarlo nel margine inferiore di circa dieci carte nella seconda opera ben lontano dal testo, piccola mancanza all'angolo esterno di carta D2 senza danno al testo, lievi aloni marginali, nel complesso ottima copia genuina. Pregevole ed inusuale legatura settecentesca, verosimilmente di produzione veneziana, in pergamena dipinta, i piatti presentano al centro un riquadro di carta marmorizzata circondato da strisce di pergamena ornate con fregi geometrici e vegetali dipinti ad acquerello verde, nero e marrone, il dorso, anch'esso in pergamena dipinta, reca la segnatura “J:I:10”, i tagli sono decorati con motivi floreali a più colori, i risguardi sono nella stessa carta marmorizzata che si trova al centro dei piatti. Ex-libris Libreria Mediolanum. Il libro proviene dalla collezione di Luigi Silva (fl. XVIII sec.), membro della famiglia di marchesi milanesi (De) Silva, la cui importante biblioteca fu venduta in un'asta a Parigi nel 1869.

I) PRIMA EDIZIONE di questo dialogo composto tra il 1525 e il 1529, ma stampato solamente nel 1555 per ragioni di censura. In esso Pietro Bembo, Gian Giorgio Trissino, Baldassarre Castiglione, Alessandro de' Pazzi e Gabriele Cesano discutono riguardo al nome da darsi alla lingua italiana. Mentre i primi sostengono che la lingua italiana debba chiamarsi volgare, fiorentina, cortigiana o italiana, il Cesano, vicino alle posizioni del Tolomei e da questi definito “per gentilezza e dottrina molto raro”, sostiene la toscanità della lingua italiana, facendone una analisi approfondita. Il Cesano, ancora, sottolinea come nella definizione del lessico si debba tener conto dell'uso vivo delle persone colte.

“Dunque i dibattiti e le polemiche sorti intorno al nome da assegnare alla potenziale lingua comune d'Italia – se volgare italiana cortigiana fiorentina o toscana – capace di imporsi come lingua letteraria, o al più come mezzo di espressione del gentiluomo contemporaneo, mettono in gioco l'identità italiana non solo e non tanto sotto un profilo linguistico, ma anche e soprattutto culturale, sociale e in definitiva politico. Tale progetto risulta tanto più urgente se si considerano almeno due fattori che hanno segnato profondamente la compagine italiana tra la fine del XV e la metà del XVI secolo: le invasioni straniere nella nostra penisola che diedero luogo alla lunga parabola delle guerre d'Italia (1494-1559), con la conseguente fine dell'indipendenza degli Stati italiani, e l'enorme diffusione della stampa […] Ad offrire una sintesi, riflessa nella dignità della scrittura letteraria, di queste ed altre posizioni si presta Il Cesano, dialogo edito solo nel 1555 su iniziativa personale del Giolito – autore della lettera dedicatoria indirizzata allo stesso Tolomei, con il quale sembra scusarsi per la stampa non autorizzata – ma scritto già nel 1525 se diamo credito alla tesi formulata dalla Castellani Pollidori che in tal modo anticipa, adducendo elementi ben fondati, la datazione proposta dal Rajna. Ebbene questo dialogo fa emergere in maniera cristallina le varie proposte linguistiche circolanti in quello scorcio di anni: da una parte le opinioni del Bembo, del Castiglione e del Trissino – assertori dell'unità sostanziale della lingua in riferimento all'uso sociale che ne fanno rispettivamente il volgo, chiamato a determinare la ‘lingua naturale'; le corti, impegnate in un'operazione di selezione e raffinamento finalizzata alla realizzazione di una ‘lingua artificiale' dei colti; i cittadini d'Italia che essenzialmente si comprendono  parlando tra loro una sostanzialmente comune ‘lingua italiana' […] dall'altra parte le posizioni di Alessandro de' Pazzi e di Gabriele Cesano – portavoce l'uno delle posizioni del Martelli, l'altro del Tolomei – sostenitori del primato, su un piano squisitamente letterario, del fiorentino o, al netto di qualche localismo, del toscano. Si profilava così, sebbene in una gamma di posizioni articolate, e talvolta antitetiche tra loro, una competizione vera e propria tra toscani e non toscani, tra fautori di una lingua fiorentina, letteraria e illustre e sostenitori di una lingua della consuetudine aristocratica, cortigiana, parlata non meno che scritta” (D. Pettinari, Quale “patria” per la nostra lingua? Lo spazio letterario come veicolo per la codificazione linguistica nel Cinquecento, in: “La letteratura degli Italiani 3. Gli Italiani della letteratura”, Atti del XV Congresso Nazionale dell'Associazione degli Italianisti Italiani, Torino, 14-17 settembre 2011, a cura di C. Allasia, M. Masoero e L. Nay, Alessandria, 2012).

Claudio Tolomei, celebre letterato e storico, esiliato da Siena, sua città natale, per aver partecipato all'attacco del 1526 ordinato da Clemente VII contro di essa, fu accolto a Roma dal Cardinale Ippolito de' Medici. Quindi si trasferì dapprima a Piacenza al servizio di P.L. Farnese, poi a Padova, dove rimase fino al '48 tenendo lezioni sulla filosofia morale di Aristotele. L'anno seguente fu nominato vescovo della piccola isola di Curzola e nel '52, dopo la cacciata degli Spagnoli, rientrò in patria, dove fu accolto con grandi onori e dove svolse importanti incarichi diplomatici, in particolare quelli di oratore ufficiale della repubblica e di ambasciatore presso il re di Francia. Questi in seguito, per i suoi meriti, lo nominò vescovo di Tolone. Oltre che alle numerose orazioni, la sua fama è legata ai dialoghi il Polito e il Cesano, relativi alla questione della lingua, in cui egli rigetta la riforma ortografica del Trissino e difende la toscanità della lingua (cfr. L. Sbaragli, Claudio Tolomei, umanista senese del Cinquecento, Siena, 1939, passim).

II) PRIMA EDIZIONE, seconda tiratura (la prima reca la data 1557 sul frontespizio) della prima traduzione in lingua italiana del celebre dialogo platonico, che rivestì una particolare importanza nel panorama culturale del quattro-cinquecento. Il mito di Atlante, ivi contenuto, infatti, influenzò largamente la definizione delle “utopie rinascimentali”. La traduzione dal greco è opera di Sebastiano Erizzo, letterato, senatore e membro del Consiglio dei Dieci, che tradusse vari dialoghi platonici e scrisse, tra le altre cose, un commento a tre canzoni del Petrarca (cfr. R. Bobba, Di alcuni commentatori italiani di Platone, in: “Rivista italiana di filosofia”, VII, 1892, pp. 213-225).

Il progetto di tradurre in volgare l'intero corpus platonico fu concepito da Girolamo Ruscelli, che riunì a tale scopo un gruppo di grecisti, tra cui Sebastiano Erizzo. “Per affrontare un compito così gravoso, Ruscelli aveva organizzato una équipe di ‘sette dottissime persone', guidata e coordinata da lui stesso, un gruppo che doveva possedere un'ottima conoscenza della lingua greca, una solida padronanza di quella volgare, ben oltre i rassicuranti confini dalla grammatica bembiana, e una conoscenza del pensiero platonico e di tutti i suoi espositori: solo queste qualità avrebbero permesso al traduttore di ‘conformar […] le parole con la sentenza', permettendogli così di operare un sicuro avanzamento per la lingua. Non è probabilmente un caso che a Erizzo spetti il compito di inaugurare questa impresa, poi rimasta, a dire il vero, limitata alla traduzione del Timeo, perché il Veneziano si era dimostrato – e lo farà nel corso di tutta la sua carriera – solidamente legato al pensiero platonico, tanto da procedere in proprio, una volta morto Ruscelli, al volgarizzamento di altri dialoghi, andati poi a stampa nel 1574” (F. Tomasi, Una scheda su Sebastiano Erizzo traduttore del ‘Timeo', in: “Quaderni Veneti”, 3, 2014, pp. 47-48).

I: Edit 16, CNCE48105; Bongi, I, p. 460; O. Castellani Pollidori, Il Cesano de la lingua toscana, edizione critica, Firenze, 1974; II: Edit 16, CNCE24748; F. Federici, Degli scrittori greci e delle italiane versioni delle loro opere, Padova, 1828, p. 136; J. Hankins, Humanism and Platonism in the Italian Renaissance, Roma, 2005, II, p. 164; S.F.W. Hoffmann, Bibliographisches Lexikon der Gesammten Litteratur der Griechen, Leipzig, 1845, III, p. 147.

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