Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro

Autore CARO, Annibale (1507-1566)-CASTELVETRO, Ludovico (1505-1571).
Tipografo
Dati tipografici
Prezzo 2.800,00
Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro

L'INIZIO DELLA QUERELLE CARO-CASTELVETRO

[CARO, Annibale (1507-1566)]. Apologia de gli Academici di Banchi di Roma, contra M. Lodovico Castelvetro da Modena. In forma d'uno Spaccio di Maestro Pasquino. Con alcune operette, del Predella, del Buratto, di ser Fedocco. In difesa de la seguente Canzone del commendatore Annibal Caro. Appartenenti tutte à l'uso de la lingua toscana et al vero modo di poetare. Colophon: Parma, Seth Viotti, novembre 1558.

In 4to (mm 207x150). Pp. 268, [16]. Segnatura: A-Z4 a-m4. Marca tipografica incisa in legno sul titolo, colophon a c. m3v, altra marca tipografica al verso dell'ultima carta. Pergamena floscia coeva con nervi passanti e titolo manoscritto lungo il dorso (piatto posteriore macchiato). Nota manoscritta al piatto anteriore “M31.Sb7.no26”, ripetuta in parte sul frontespizio “S.B. n7”. Altra nota non leggibile al titolo. Lunga nota di mano seicentesca sul margine di p. 170 relativa al poeta Arnolfo. Titolo un po' sporco, lievi aloni su alcune carte, qualche fioritura marginale, ultime carte leggermente brunite, piccoli restauri al frontespizio e all'ultima carta, ma nel complesso buona copia marginosa.

PRIMA EDIZIONE (nella tiratura con la marca al frontespizio impressa in legno anziché in rame). Una seconda edizione apparve a Parma, sempre presso il Viotti, nel 1573.

Annibal Caro, originario di Civitanova Marche, studiò a Firenze, dove conobbe Benedetto Varchi. Entrato successivamente al servizio dei Farnese, poté godere di un vitalizio e di benefici tali da assicurargli una vita tranquilla e da permettergli di dedicarsi senza altri problemi ai suoi interessi letterari. La fama del Caro è soprattutto legata alla sua celebre traduzione in versi sciolti dell'Eneide (1581), che rimase un classico per diversi secoli. Nella riuscita commedia Gli Straccioni (1582) egli raffigura in modo fedele la società romana della metà del secolo. Caro lasciò il servizio presso i Farnese nel 1563, passando gli ultimi anni ritirato in una piccola villetta a Frascati, dove curò l'edizione delle sue lettere e rifinì la traduzione dell'Eneide. Le Rime apparvero postume a Venezia nel 1569 (cfr. D.B.I., XX, pp. 497-508).

G. Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime di scrittori italiani o come che sia aventi relazione all'Italia, Milano, 1848, I, p. 5; Edit 16, CNCE9646; Gamba, nr. 276; Adams, C-739.

 

(si offre insieme:)

EX DONO AUCTORIS

[CASTELVETRO, Ludovico (1505-1571)]. Ragione d'alcune cose segnate nella canzone d'Annibal Caro Venite a l'ombra de gran gigli d'oro. S.n.t. [Modena, Cornelio Gadaldini il Vecchio, 1559].

In 4to (mm 194x143). Cc. [2, di cui la prima bianca], 116, [2]. Segnatura: +4 A-Z4 Aa-Ff4. Le carte +2 e +3 sono state rilegate alla fine del volume prima della carta Ff4, mentre la bianca corrispondente del frontespizio, che dovrebbe essere l'ultima carta del primo fascicolo, si trova rilegata prima del titolo. Sul titolo emblema xilografico dell'autore (civetta con motto greco “Kekrika”). Errata a c. 116. Sul frontespizio nota di possesso manoscritta di difficile leggibilità, che contiene il nome del possessore (“Flavio Musco o Mafio”?) e, più sotto, l'indicazione “dono dell'autore”, presumibilmente di mano del possessore stesso. Cartone antico con nervi passanti e titolo manoscritto al dorso (dorso in parte restaurato, risguardi rinnovati). Titolo ed ultima carta arrossati, a tratti lievemente fiorito ed arrossato. Buona copia.

PRIMA EDIZIONE. Esiste una diversa tiratura di questa prima edizione priva dell'emblema al frontespizio (solo la cornice e il motto sono presenti) e recante il titolo Ragioni d'alcune cose preceduto dal nome dell'autore. L'opera fu poi ristampata a Venezia nel 1560, a Parma nel 1573, a Basilea nel 1573 circa e in un'edizione senza dati tipografici di dubbia attribuzione: tutte queste edizioni successive alla prima sono in formato in 8vo.

Originario di Modena, il Castelvetro compì i primi studi sotto Panfilo Sassi. Studiò quindi diritto a Bologna, Ferrara, Padova e Siena, dove si addottorò e entrò a far parte della celebre Accademia degli Intronati. In seguito passò un breve periodo a Roma. Nel 1529 fece definitivamente ritorno a Modena, dove tre anni dopo fu nominato lettore di diritto presso la locale università. Una grave malattia lo tenne tuttavia lontano dagli studi per molto tempo. Nel corso della sua vita svolse anche vari incarichi amministrativi. Già nei primi anni del suo ritorno a Modena, si venne costituendo un sodalizio chiamato Accademia modenese, che dagli intenti prettamente letterari dell'inizio passò ben presto ad occuparsi di questioni religiose. Castelvetro ne assunse la guida e si fece promotore della diffusione in Italia delle idee riformate, pubblicando, con il titolo El summario de la Sancta Scrittura, uno zibaldone di scritti del Melantone. La repressione non si fece attendere e il gruppo fu sciolto. I problemi con l'Inquisizione ripresero per il Castelvetro dopo il 1553, in seguito alla polemica letteraria sorta con Annibal Caro, che nell'Apologia lo denunciò come “empio nemico di Dio” e lo accusò dell'omicidio di Alberico Longo, servitore del vescovo G.B. Campeggi. Il 20 dicembre del 1556 il Castelvetro fu condannato a morte in contumacia dal tribunale di Bologna. Grazie all'appoggio del duca di Ferrara e del governatore di Modena, Castelvetro e gli altri imputati, tra i quali lo stampatore Antonio Gadaldino, evitarono l'arresto, impugnando qualsiasi sentenza fosse emessa da un tribunale posto fuori dai confini del Ducato estense. Solo nel 1560 un accordo tra il papa e il duca lo costrinse a recarsi a Roma per sottoporsi al giudizio del S. Uffizio. Il 17 ottobre riuscì tuttavia a scappare, prima di essere condannato, il 26 novembre, come “eretico fuggitivo ed impenitente”. Grazie nuovamente alla complicità dele autorità estensi, Castelvetro nel 1561 prese la via della Svizzera. Dopo aver soggiornato a Chiavenna e a Ginevra, si trasferì a Lione, quindi nel 1569 a Vienna, dove diede alle stampe la sua Poetica. Morì il 21 febbraio del 1571, mentre programmava un viaggio a Basilea. Gran parte dei suoi manoscritti e della sua biblioteca personale andarono perduti nei vari trasferimenti, cui il Castelvetro fu costretto negli ultimi anni della sua vita (cfr. M. Firpo-G. Mongini, a cura di, Ludovico Castelvetro. Letterati e grammatici nella crisi religiosa del Cinquecento, Firenze, 2008, passim).

G. Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, Milano, 1852, II, p. 407; E. Zanzelli-V. Pratissoli, a cura di, Le cinquecentine della Biblioteca Panizzi, Reggio Emilia, 1995, p. 73; Edit 16, CNCE10038.

 

La disputa tra il Caro e il Castelvetro sorse nel 1553, allorché il primo pubblicò la canzone encomiastica Venite all'ombra dei gran gigli d'oro, composta su invito del cardinale Alessandro Farnese. Castelvetro espose il suo disappunto per gli orpelli linguistici e metaforici del componimento in una lettera privata indirizzata ad Aurelio Bellincione, che precedentemente, inviandogli il testo della poesia del Caro, aveva richiesto la sua opinione. La lettera circolò e giunse al Caro, che replicò con l'Apologia qui proposta. Questa comprende la premessa di Pasquino, Il risentimento del Predella, La rimenata del Buratto e Il sogno di ser Fedocco, diverse tappe di una polemica che da discussione intellettuale si trasforma pian piano in ingiuria ed attacco personale. Seguono nel volume le rime dei Mattaccini e i nove sonetti della Corona. Caro per l'occasione radunò attorno a sé vari letterati agguerriti (Accademici di Banchi), capeggiati da B. Varchi. Il Castelvetro, supportato a sua volta da F. Robortello e da G.M. Barbieri, autore delle terzine del Triperuno in risposta alle rime della Corona, pubblicò, a pochi mesi dall'uscita dell'Apologia, le Ragioni, in cui la censura delle scelte lessicali, linguistiche e metriche del Caro si fa asprissima.

La polemica ebbe alcuni strascichi anche molti anni dopo, allorché il Varchi nel dialogo l'Ercolano (Firenze, 1570) attaccò il Castelvetro, il quale rispose con la Corretione d'alcune cose del Dialogo delle lingue di Benedetto Varchi, pubblicato postumo a Vienna nel 1572.

Al di là degli elementi contingenti, la celebre disputa Caro-Castelvetro, che raggiunse toni di grande acrimonia (non si dimentichi che il Caro, oltre ad additare il suo rivale come eretico, lo accusò di essere il mandante dell'omicidio di un suo seguace), cela in sé la lotta fra l'intellettuale cortigiano protetto dal potere della chiesa, da un lato, e l'intellettuale riformato che metteva in discussione dalle fondamenta la legittimità di quella autorità, dall'altro (cfr. E. Garavelli, “Nelle tenzoni alcuna volta si commenda una sottigliezza falsa più che una verità conosciuta da tutti: Lodovico Castelvetro polemista, in: “Omaggio a Lodovico Castelvetro (1505-1571)”, Atti del seminario di Helsinki, 14 ottobre 2005, a cura di E. Garavelli, Helsinki, 2006, pp. 83-127; vedi anche E. Garavelli, Prime scintille tra Caro e Castelvetro (1554-1555), in: “ ‘Parlar l'idioma soave': Studi di filologia, letteratura e storia della lingua offerti a Gianni A. Papini”, a cura di M.M. Pedroni, Novara, 2003, pp. 131-145; ed inoltre E. Garavelli, Annibal Caro, “Venite a l'ombra de' gran gigli d'oro”, in: “Filologia e storia letteraria”, Roma, 2008, pp. 207-222).

  • Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro
  • Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro
  • Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro
  • Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro
  • Le due opere che iniziano la querelle Caro-Castelvetro