Le rime di M. Agnolo Firenzuola fiorentino.

Autore: FIRENZUOLA, Agnolo (1493-1543)

Tipografo: (Bernardo Giunta)

Dati tipografici: Firenze, 1549

Formato: in ottavo

In 8° (mm 150x90); cc. 136, (1). Legatura marocchino italiano di fine Seicento o inizio Settecento, piatti incorniciati da tre filetti dorati, dorso riccamente decorato in oro con titolo anch'esso in oro. Risguardi in carta marmorizzata, merletto interno in oro, taglio dorato (piccolo restauro al dorso e al piatto posteriore, angoli e cerniere un po' logori). Marca tipografica al frontespizio al recto dell'ultima carta. Lievi fioriture diffuse, ma nel complesso ottica copia.

Prima edizione postuma, curata da Lorenzo Scala, amico dell'autore, e da lui dedicata a Francesco Miniati. 

Le poesie sono dedicate a Selvaggia (della famiglia dei Buonamici, la donna amata dal poeta), ad Annibal Caro, a Camillo Tonti, a Dada Buonvisa, alle donne di Prato, a Filippo Ciconini (in morte di Bartolomeo Gerardacci), Vincenzo Visconti, Giovanfrancesco Buonamici, Domenico Perini, Verdespina, Santi Quattro, Clemenza Buonamici, Lucrezia Tornabuoni, Martinozzo, Inghirano, Pandolfo Pucci, Giovanni Lanciolina, Giovanbattista del Milanese, Leo Villani (un muratore), Guido Antonio Adimari, Lasca, e Gualterotto de Bardi. Il volume contiene anche imitazioni delle poesie di Orazio, due elegie, una canzone in lode della salsiccia, una canzone in lode del sacro legno, un capitolo in lode alla sete e uno in lode alla morte di un gufo.

A pagina 60, con un nuovo frontespizio si apre la sezione "Lagrime di Messer Agnolo Firenzuola nella vioplenta morte d'un giovane nobile napoletano", dedicata alla nobildonna Clemenza Roca di Prato. A pagina 89 ha inizio "Il sacrificio pastorale" (cf. D. Maestri, Le rime di Agnolo Firenzuola: proposta di un ordinamento del testo e valutazione critica, in: “Italianistica”, III, 1974, pp. 78-96).

Agnolo Firenzuola, nativo di Firenze, seguì le orme del padre, un notaio, studiando legge a Siena e Perugia, dove entrò in contatto con Claudio Tolomei e Pietro Aretino. Dopo la laurea, prese i voti a Vallombrosa e nel 1518 si trasferì a Roma, dove divenne il procuratore dell'ordine nella Curia. A Roma costituì un circolo letterario con i suoi amici di Siena ed Arezzo e  fece la conoscenza di P. Bembo, A. Caro e G. Della Casa. Nel 1526 ottenne la dispensa dai suoi voti e contrasse la sifile, che lo afflisse per molto tempo. La principale ragione che lo portò ad abbandonare gli abiti fu l'incontro con una nobildonna romana, moglie di un avvocato, alla quale l'autore si rivolge in molte delle sue opere sotto lo pseudonimo di Costanza Amaretta. Nel 1538 si trasferì a Prato, dove fondò l'Accademia dell'Addiaccio e abbracciò nuovamente la vita monastica, divenendo l'abate del monastero di San Salvatore. Negli ultimi anni di vita fu impegnato in una disputa legale con la sorella per l'eredità del padre e diverse liti con le famiglie locali. Firenzuola morì in totale solitudine a Prato in 27 giugno 1543.

Tutte le sue opere, eccetto il "Discacciamento de le lettere inutilmente aggiunte ne la lingua toscana" (‘Expulsion of the letters unnecessarily added to the Tuscan language') pubblicato a Roma nel 1524, furono pubblicate postume dal fratello Girolamo, che affidò a L. Scala e L. Domenichi la pubblicazione dei documenti di Agnolo: le  "Prose" pubblicate nel 1548; le commedie "I Lucidi" e "Trinunzia" nel 1549; e l'"Asino d'oro", un adattaemnto del capolavoro di Apuleio, nel 1550 (cf. F. Pignatti, Firenzuola, Agnolo, in: “Dizionario biografico degli Italiani”, XLVIII, 1997, s.v.).

Edit 16, CNCE19198; B. Gamba, Delle novelle italiane in prosa, Firenze, 1835, no. 456; BMSTC Italian, p. 254; Adams, F-503; L.S. Camerini, I Giunti tipografi editori di Firenze, Firenze, 1979, no. 263.


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