Proverbij di M. Antonio Cornazano in facetie: ristamapati di nuovo: & co tre Proverbij agiunti: & dui Dialoghi nuovi in disputa: cose sententiose & de piacere: istoriati. Sub pena excommunicationis late sententie come nel breve appare. M.D.XXV

Autore: CORNAZZANO, Antonio (ca. 1430-1483/4)

Tipografo: Niccolò Zoppino.

Dati tipografici: Venezia,   1525

Formato: in ottavo

In 8vo (mm. 150x95). Cc. [47]. Segnatura: A-F8. Manca la carta bianca F8. Frontespizio stampato in rosso e in nero entro cornice architettonica incisa in legno. Marca editoriale e colophon a c. F6v. Con 18 vignette xilografiche nel testo, alcune delle quali ripetute, ed inoltre un'iniziale su fondo in apertura del Dialogo de un philosopho che contrasta con il pedochio, che comincia con frontespizio proprio alla c. F2r. Fori di tarlo restaurati ai margini delle prime tre carte che comportano una minima perdita di poche lettere, altri piccoli fori di tarlo restaurati al margine inferiore delle ultime tre carte questa volta ben distanti dal testo, aloni e lievi fioriture. Legatura di recente esecuzione in pelle marron scuro, sulla quale sono stati applicati dei piatti antichi recanti un fleuron centrale e quattro fregi angolari impressi in oro entro una cornice dorata, dorso a due nervi con fregi a secco, tagli rossi. Al contropiatto anteriore nota di possesso manoscritta “Ex libris Balihassaris Zamboni” ed ex-libris a stampa “Ex libris Lanfranchi Rizzardi”.

PROBABILE TERZA EDIZIONE, ma prima a contenere il Dialogo tra el senso e la rasone tratto da Seneca e il Dialogo de un philosopho che contrasta con il pedochio. Benché stampata per almeno quindici volte fra il 1518 (data della princeps pubblicata a Venezia da Francesco Bindoni e Maffeo Pasini) ed il 1558, tutte le edizioni antiche erano già piuttosto rare nel 1812, quando Renouard decise di ripubblicare l'operetta a Parigi, prendendo il testo proprio dall'edizione zoppiniana del 1525.

I tre proverbi aggiuntivi annunciati nel titolo (che diventano due nell'indice finale) non sono in realtà presenti nel testo, che di fatto aggiunge di nuovo ai 16 proverbi e alla cosiddetta Novella ducale, già stampati in precedenza, solo i due dialoghi sopra citati. L'edizione precedente dello Zoppino, datata 1523, presenta in aggiunta ai proverbi un volgarizzamento dell'Asino d'oro di Apuleio, a testimoniare il carattere spurio di questi testi che furono soggetti a varie interpolazioni.

“Altra opera degli esordi milanesi del Cornazzano è considerato il De proverbiorum origine, dedicato a Cicco Simonetta, in forza di un accenno alla pace di Lodi che suggerisce di datarne la composizione ad epoca immediatamente successiva all'aprile 1454. Con il De proverbiorum origine il Cornazzano sperimentò il genere narrativo, compiendo un tentativo abbastanza originale di dare espressione ad una materia propria della tradizione volgare utilizzando la forma tipica della poesia erotica latina e raccogliendo, quindi, dieci novelle in distici elegiaci il cui denominatore comune è costituito dal rappresentare ognuna, attraverso il racconto di vicende spesso scabrose e con esiti espressivi non sempre felici, la presunta illustrazione di un proverbio italiano. La raccolta ci è pervenuta nel codice piacentino Pall. 183 […] ed in alcuni manoscritti tardi […]. oltre che in due cinquecentine delle quali la prima stampata a Milano nel 1503 da Pietro Martire Mantegazza […], edizione che, secondo il Poggiali, in accordo con il Capponiano, presenterebbe varianti rispetto alla tradizione testimoniata dal codice piacentino. La fortuna di quest'opera del Cornazzano è però legata ad un rifacimento italiano in prosa che con il titolo Proverbi in facetie venne stampato almeno quindici volte fra il 1518 - data della princeps pubblicata a Venezia da Francesco Bindoni e Maffeo Pasini - ed il 1558. La prima edizione raccoglie sedici “proverbi” seguiti dalla cosiddetta Novella ducale nella quale è narrato, con toni di affettuosa rievocazione, un episodio di infedeltà punita di cui sono protagonisti Francesco e Bianca Maria Sforza. Delle dieci novelle del De proverbiorum origine solo cinque hanno riscontro nei Proverbi in facetie: a volte la versione italiana traduce letteralmente l'originale latino, a volte se ne discosta per esporre la vicenda in forma più concisa e con minor felicità descrittiva, sempre però raggiunge un livello di adeguamento alla norma toscana che stupisce in uno scrittore settentrionale ancora nella seconda metà del Quattrocento, specie se confrontata con l'ibridismo linguistico e la ricchezza di idiotismi che caratterizzano il resto della produzione narrativa del Cornazzano. Opera sicuramente la più fortunata fra quante attribuite al Cornazzano, la raccolta dei Proverbi è anche quella che maggiori dubbi ha sollevato non solo intorno alla sua natura ma anche circa la stessa attendibilità dell'attribuzione al Cornazzano, ribadita in tutte le stampe antiche: infatti proprio la non omogeneità dei Proverbi rispetto ad altre opere in volgare di sicura paternità cornazzaniana ha fatto sì che molti studiosi, a cominciare dal Poggiali, proponessero trattarsi di un falso, mentre altri, fra i quali V. Rossi, pur ritenendone autore il Cornazzano, avanzano l'ipotesi che la raccolta nella forma in cui ci è pervenuta costituisca solo un abbozzo preparatorio in vista di una successiva stesura in versi […] In realtà il solo soggiorno giovanile a Siena non basta a spiegare l'alto livello di toscanizzazione che caratterizza i Proverbi […], specie se confrontato con il resto della produzione del Cornazzano nel periodo ferrarese, quello al quale sembra debba ascriversi il rifacimento volgare del De proverbiorum origine; si ricordi che l'opera più importante di questi anni, l'Arte militare, apparve a tal punto “submersa in una lombarda barbarie” all'editore Bernardo di Filippo Giunti, che la pubblicò nel 1520, da richiedere un'accurata revisione linguistica onde adeguarla ad un gusto letterario più affinato; a voler dunque accettare l'attribuzione al Cornazzano dei Proverbi si dovrà forse ipotizzare anche per questi ultimi un intervento simile da parte di un editore più modesto o meno scrupoloso che, entrato in possesso di un'opera inedita e probabilmente incompiuta del Cornazzano in un momento di grande fortuna editoriale della produzione di lui, ritenne di adeguarne la forma linguistica senza avvertire la necessità di illustrare motivi e termini del suo intervento” (D.B.I., XXIX, 1983, P. Farenga).

Sander, 2182; Essling, III, 371; Passano, I, 230; Brunet, II, 277.


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