Q. Curtio De’ fatti d’Alessandro Magno, Re de’ Macedoni, tradotto per M. Tomaso Porcacchi, con alcune Annotationi, dichiarationi, & avvertimenti, & con una lettera d’Alessandro ad Aristotele del sito dell’India, & con la Tavola copiosissima delle cose notabili

Autore CURTIUS RUFUS, Quintus (fl. I sec.)-PORCACCHI, Tommaso ed. (1530-1585).
Tipografo Gabriel Giolito de Ferrari
Dati tipografici Venezia, 
Prezzo 1.500,00
De’ fatti d’Alessandro Magno

In 4to (mm. 218x150). Pp. [72], 249, [3]. Segnatura: *-****8 *****4 A-P8 Q6. La carta Q6 è bianca. Marca editoriale impressa in legno al frontespizio e alla c. Q5v. Frontalini, finalini, fregi e capilettera xilografici. Segnatura manoscritta al margine superiore del risguardo anteriore: “AA:III:i3:”. Timbro nobiliare di Luigi Silva incollato al frontespizio. Note manoscritte al verso di c. Q6: “GF Cart.” e, più sotto, “Io Pietro Pavolo Byrne in Lodi 1670”. Piccoli fori tondi di tarlo alle prime carte che sfiorano solamente il testo, altri segni di tarlo nel margine bianco del primo fascicolo, qualche lieve alone e macchia marginale, pesante macchia al margine superiore della c. Q2 che interessa in minor misura anche la carta precedente e quella successiva, nel complesso ottima copia. Pregevole ed inusuale legatura settecentesca, verosimilmente di produzione veneziana, in pergamena dipinta, i piatti recano al centro un riquadro in carta colorata con fregi dipinti in nero e verde contornato da strisce di pergamena decorata ad acquerello con motivi floreali in nero, verde e rosso, il dorso presenta delle decorazioni dipinte ad acquerello verde e il titolo manoscritto, risguardi in carta colorata (piccole mancanze al piatto anteriore, una striscia di pergamena sul piatto posteriore si è staccata). Il libro proviene dalla collezione di Luigi Silva (fl. XVIII sec.), membro della famiglia di marchesi milanesi (De) Silva, la cui importante biblioteca fu venduta in un'asta a Parigi nel 1869.

PRIMA EDIZIONEdelle celebriHistoriae Alexandri Magni dello storicoromano d'età imperiale Quinto Curzio Rufo nella traduzione italiana di Tommaso Porcacchi. Nell'avviso ai lettori, questi ricorda di essersi cimentato nell'impresa su invito di Ludovico Domenichi e, con sorprendente sincerità, confessa di non aver potuto consultare, al momento della traduzione, l'edizione basileese del 1556 curata da H. Glareanus, ma di averla utilizzata per gli argomenti e le annotazioni aggiunte al testo.

Proveniente da una famiglia povera di Castiglion Fiorentino, il Porcacchi studiò grazie al mecenatismo del duca Cosimo I. A Firenze conobbe Lodovico Domenichi, che gli permise di pubblicare le sue prime opere e lo mise in contatto con il grande editore Gabriele Giolito de' Ferrari, con il quale cominciò a collaborare. Nel 1556 fondò l'Accademi dei Porcacchi. Nel 1559 si trasferì quindi a Venezia, dove sarebbe rimasto fino alla morte. Sua moglie fu la poetessa Bianca d'Este, che curò alcune opere postume del marito. Attivissimo poligrafo, Porcacchi si occupò principalmente di geografia, storia antica e letteratura. Tradusse e curò le edizioni di molti classici volgari, latini e greci. Morì a Venezia nel 1585 (cfr. R.V. Tooley, Dictionary of Mapmakers, New York-Amsterdam, 1979, p. 515).

Edit 16, CNCE13885; Bongi, II, pp. 62-64.

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