Anatomia. Cui responsiones ad Riolanum anatomicum parisiensem in ipsius Animadversionibus contra Veslingium additae sunt

Autore MARCHETTI, Domenico (Padova 1626-1688).
Tipografo Matteo Cadorino
Dati tipografici Padova, 
Prezzo 3.400,00
Anatomia

In 4to (mm. 240x170). Pp. [10], 179, [1: errata]. Segnatura: [π]4+1 A-Y4 Z2. Alla c. [π]1r bella antiporta incisa in rame che mostra una lezione nel Teatro anatomico dell'Università di Padova. A c. [π]2v ritratto pure in rame di Pietro Marchetti (1589-1673), padre dell'autore, anch'egli anatomista e cattedratico e cavaliere di San Marco (Gio. Georgius incidit). Legato in cartone coevo alla rustica con titolo manoscritto sul dorso, dorso aperto e lacunoso nonostante un rinforzo antico in carta colorata. Piccola porzione dell'antiporta asportata e restaurata con applicazione di un timbro pressoché illeggibile, segno di tarlo nel margine interno di circa quindici carte (pp. 65-95) con minimo danno a qualche postilla manoscritta, lieve brunitura uniforme dovuta alla qualità della carta, piuttosto sciolto (ultime due carte staccate). Copia a pieni margini con barbe e a fogli diseguali.

ESEMPLARE PROFUSAMENTE ANNOTATO DA UN ANATOMISTA COEVO

Seconda edizione identica alla prima del 1652.

Nel breve indirizzo al ‘Benevolo Lettore', l'autore motiva così la decisione di pubblicare questo libro: da un lato la consapevolezza del suo sapere che gli ha consentito di scrivere un trattato di pura anatomia (“meram Anatomen”), avendo dissezionato un numero grandissimo di cadaveri (l'abitudine all'insegnamento lo porta anche a usare uno stile chiaro, facile e quasi umile); dall'altro lato il desiderio di difendere contro Riolanus[1] la dottrina di Giovanni Veslingius[2] (†1649), che nel 1644 lo aveva scelto come assistente e che egli stimava come uno dei maggiori anatomisti del suo tempo.

Tutto il libro, salvo le ultime cinque carte, ha i margini – quelli esterni, naturalmente, ma talvolta anche quello interno – variamente annotati da una scrittura minuta, regolare e molto piccola; di difficile lettura. Sono postille esplicative del testo a stampa, a cui rimandano continuamente e puntualmente. Esse riportano nella maggior parte dei casi un'opinione, un dissenso o anche un miglioramento proposto dall'anonimo scrivente rispetto al testo medesimo. Molte postille sono introdotte o chiuse dal nome Mollinetus, Molinetus, Moll: (e altre prevedibili varianti) accompagnato da un dicit, dixit, existimat, negat e così via.

Si tratta di Antonio MOLINETTI (Venezia, 1620-Parma, 1675)[3], succeduto nel 1649 a Veslingius e dal 1661 titolare delle due cattedre padovane di Anatomia e Chirurgia, e Medicina Teorica.

La maggior parte delle note manoscritte riportano dunque la dottrina del Molinetti proposta in parallelo al testo del Marchetti e vergata da un terzo anatomista di cui non conosciamo il nome. Si tratta verosimilmente di un giovane già laureato e inserito nella struttura della facoltà, che vuole conseguire il grado di perfezionamento. Di tanto in tanto lo scrivente parla in prima persona e annota osservazioni anatomiche da lui fatte, corredandole anche con una data. Ad esempio a p. 29: «hoc anno 1657 vidi duplicem lienem»; a p. 45: «Et hoc anno 1660 sub excellentissimum Molinetus vidi similem tumorem»; e ancora a p. 72, parlando della difficoltà di staccare il pericardio dal muscolo cardiaco: «tamen hoc anno 1666, vidimus hanc tunicam separatam (?) a D. Boldino». Quest'ultima nota è particolarmente interessante perché introduce una figura, quella di Francesco Boldini, cioè quella del prosector, colui che preparava i cadaveri per le lezioni di anatomia e doveva essere a sua volta un esperto anatomista. Questa presenza conferma l'impressione, che si ha fin dall'inizio della lettura dei vari testi, di trovarsi di fronte a un ambiente di scienza e prassi lontanissimo ad esempio da quello dei medici della peste di manzoniana memoria. Qui si riconosce la grande tradizione scientifica di Vesalio, Falloppia, Realdo Colombo, Girolamo Fabrizi, William Harvey e non pochi altri. All'epoca Padova era ancora la facoltà medica più importante d'Europa. Questo libro – che ci offre, divisa in venti capitoli, la materia di testo per gli studenti di medicina, accompagnata dalle osservazioni manoscritte dell'allievo di un insigne medico e botanico di quell'Università, oltre che da una quantità di citazioni, da Riolano, naturalmente, ma anche da altri autori contemporanei o antichi – dà vita ad una sorta di dialogo a più voci che ben riflette, ci pare, la vivacità della ricerca empirica in quel volgere di anni a Padova.

Va detto ancora che le date che accompagnano le note manoscritte, di cui parlavamo più sopra, coprono un periodo di circa dieci anni, dal 1657 al 1666. A questa ultima data non era ancora apparsa a stampa l'unica opera del Molinetti, le Dissertationes anatomico-pathologicae, uscita a Padova nel 1669. Di certo sarà di notevole interesse un raffronto fra le annotazioni a lui qui attribuite e le sue Dissertationes.

Il testo a stampa è dunque diviso in venti capitoli e secondo il giudizio di Boyle e Thillaye (Biographie medicale, Paris, 1855, vol. I p. 477): «C'est un bon abrégé d'anatomie qui, selon le sentiment du célèbre Haller, est trop peu connu. L'Auteur est vraiment original, car il a rempli cet ouvrage de quantité d'observations nouvelles et qui lui sont propres».

 

Per presentare al lettore, in un modo che ci auguriamo adeguato, questo “ipertesto” del Seicento, così vario e potenzialmente ricco di riflessioni per lo storico della medicina, proponiamo alcuni brani significativi, con le relative glosse marginali manoscritte (in corsivo), seguendo l'ordine dei capitoli.

 

Cap. III De Omento, Venticulis et Intestinis (p. 13-21).

Nota manoscritta a p. 13: “Partes ad docendum possunt dividi in naturales et vitales licet re vera non distinguantur sed omnes partes sunt vitales quia ad vitam faciunt, nam una natura partium deficiente non potest vivere altera, nam tamdiu vivimus quamdiu nutrimur.

Generatio et nutritio non differunt, nam nutritio est quaedam generatio. Hac tantum differentia quod generatio producit totum animal nutritio vero est quaedam generatio partialis.

Ita accretio est quaedam generatio; nam in nutritione (nutrione) quotidie generatur aliquid in locum deperditio.

Et quia ad innutritionem humidi radicalis iminuitur (sic) etiam calor in quo fundatur, ideo nutritione restituimus id quod deperditur, et notandum quod omnia et quibus nutrimur vivunt, nam ex lapidibus et gemmis, ex metallis non nutrimur quia non adest vita, sed ex plantis et animalibus terrestribus, volatilibus et acquatilibus quia portis illius caloris qui est in …, vel carne opponitur calori nostro nativo in locum illius qui deperditus est.

Unde generatio, nutritio, accretio et vita non differunt Itaque omnes has partes vitales appellare possumus. Mollinetus”.

 

Cap. VI De partibus Generationis in Viro (p. 36-43).

Molto interessante questo capitolo sia per come viene trattata la materia dal Marchetti sia per la quantità di note manoscritte marginali che quasi raddoppiano l'entità del testo a stampa.

Accanto al titolo del capitolo si legge una nota manoscritta che nella sua icasticità ci pare conservi una sua sostanziale verità: “seminis confectio tota chymica est” (“l'elaborazione del seme è totalmente chimica”).

«Sunt autem Epididymes corpora glandulosa, alba, duraque a membrana testium involuta…Perforata sunt, attamen foramen non tam patens est…». Così comincia la descrizione dell'apparato genitale maschile, da due piccoli organi che stanno sui testicoli e con essi comunicano per formare lo sperma; ma subito: “quod negat Molinettus”, dicendo che gli epididimi sono fatti per favorire il calore dei testicoli. Continua la descrizione degli stessi e dello scroto e, più avanti (p. 39), il Marchetti riprende il discorso sulla formazione dello sperma e, rifiutando il parere del Riolano e in parte di Galeno («in parte a Galeni sententia recedo»), afferma che i testicoli sono fatti per fornire calore alle parti predette (cioè membrane, arteria e vene testicolari, epididimi, ecc.) e che in essi il seme non si forma non essendoci meato che lo porti all'uretra.

Egli descrive anche un semplice esperimento: stacca la membrana che ricopre i testicoli e la guarda contro la luce di una candela, poi la riempie d'acqua: in nessuno dei due casi appare alcun foro. Conclusione: gli epididimi sono destinati a convertire il sangue in seme mediante il calore fornito dai testicoli.

 

Cap. VII De partibus Generationis in Muliere (p. 44-50).

In questo capitolo sull'apparato genitale femminile il Marchetti ci fornisce, come sempre, delle descrizioni anatomiche precise ed esaurienti, salvo cadere in errore quando tenta di descrivere la fisiologia dei vari organi (ma i tempi si sa non erano maturi e solo qualche volta si incontrano talune felici intuizioni da parte di medici assai dotati).

La trattazione comincia dalle ovaie (che egli chiama testes), poi passa alle tube e all'utero (cita due o tre casi di prolasso dell'utero da lui guariti nell'Ospedale di Padova). L'ultimo argomento è l'imene, ma poiché quasi tutti gli anatomisti si dilungano su tale tema, egli dice, spenderà solo poche parole.

L'imene è formata da tre escrescenze che hanno la forma delle bacche di mirto e sono unite da una piccola membrana con un buco al centro per lasciar passare il sangue mestruale. Al primo amplesso le escrescenze devono dilatarsi, la membrana lacerarsi e così esce il sangue.

Tanto il testo del Marchetti sull'imene è conciso, quanto sono sovrabbondanti le tre glosse del commentatore: esse infatti occupano quasi per intero la pag. 50 che è stampata solo per un terzo. Per motivi differenti, esse sono di notevole interesse.

La prima nota si rivolge agli uomini di legge invitandoli a usare cautela: “Pro legistis cautio valet haec propositio: adest himen ergo est virgo, sed non valet: non adest hymen ergo non est virgo; hoc est falsum, nam aliquando puellae lacerant digitis himen, vel a menstruis acrioribus et bile redundantibus…illa membrana et etiam ob alias causas frangi potest sine viri coitu et virginitatis amictione!” (“Attenzione! Quanto segue è per gli uomini di legge: è vero che se l'imene è presente la donna è vergine; ma non è vero il contrario, e cioè che se l'imene non è presente, allora la donna non è vergine”).

Aliquando haec membrana himenis est imperforata unde cum menstruae purgationes pertransire nequeant, intumescit venter, facies decolorata evadit, accidentia fiunt sevissima ut vidit Mollinetus in ebrea Venetiis quae a medicis magni nominis Tebaldo Sartorio et Michel Angelo Rosa indicata est hydrope laborare. Tandem vocatus Mattheus Carbonius chirurgus et medicus celebris voluit inspicere pudenda puellae et digito pertentans coniecit puella esse inperforatam. Tandem secuit lanceola facillime et magna copia sanguinis exivit fetidi et nigri qui… ne… simul exivit 4 aut 5 diebus ipsam sanavit recuperando florido colore.

Multi credunt in prima coitione sanguinem copiosum exire ex illa disrupta membrana hymenis quod tamen falsum est, nam illa membrana est omnino exanguis sed sanguis ille provenit ex laceratione caruncularum myrthiformium. Unde licet in prima coitione adveniat sanguis tamen non est signum virginitatis quia potest esse lacerata membrana et exire sanguis ex laceratione caruncularum, nam ut dixi ex laceratione membranae non exit sanguis quia est exanguis”.

 

Cap. X De corde et pulmonibus (p. 71-82).

Dopo aver descritto nel capitolo IX le parti esterne del torace passa a trattare del cuore e dei polmoni. Il cuore è avvolto da una membrana chiamata pericardio: nei morti, fra quest'ultimo e il cuore, troviamo un liquido simile all'urina; negli animali viventi se ne trova meno ed è fatto per mantenere il cuore umido. Da dove può aver origine questo liquido? Riolanus, da Ippocrate, dice che è un liquido bevibile (potulentus) che scendendo dall'esofago in piccole dosi se ne va nel cuore. Altri credono che derivi dalla sierosità dei vasi cardiaci. Veslingio in fine crede che si formi da vapori esalati dal cuore stesso. Il Marchetti si dice d'accordo.

Postille manoscritte di p. 71: (margine destro) “Natura veluti chimice operatur in trasmittendo sanguine a dextero ventriculo ad sinistrum, nam per venam arteriosam sanguis veluti sublimatus ex vena vero arteriosa per arteriam venosam veluti praecipitatur sanguis in sinistrum ventriculum”; (margine inferiore) “1664 Nos dicimus cum Moll. esse pressionem seri in sanguine contentam et per diapedesin transudatam intra pericardium, non aqua ista igni admota coagulatur ut facit serum a sanguine soluto, separatum et facta est haec serositas, ne cor ex continuo motu et aere exsiccetur. Vidit Mollinetus pericardium alii humani immo adherentem ipsius cordis, cor vero erat exiccatum ac veluti torrefactum in quodam Patrono Veneto qui dum vixerit facile irascebatur et quando irascebatur incidebat statim in syncopem ex qua postmodum periit”.

Nota a p. 72 ancora sul pericardio: “Quae membrana cordis nec a peritissimo Anatomico potest separari, ita valide carni cordis adheret, tamen hoc anno 1666 vidimus hanc tunicam separatam a D. Boldino”.

Nota manoscritta a p. 74: “Unde cor est principium non quantitativum sed energeticum et etiam venarum principium nam est principium venarum et arteriarum et ex istis unicis (?) venarum et arteriarum. In capite sunt dura mater et pia quae membranae tegunt nervos cum substantia medullari. Ergo est principium nervorum, hoc puto”.

Cerebrum est principium nervorum immediate concedo, absolute nego nam et cerebrum oriri a corde” (Concedo senza esitare che il cervello sia il principio dei nervi mentre nego assolutamente che anche il cervello nasca dal cuore).

Il testo a p. 74 continua la descrizione del cuore e dei grandi vasi. Introduce anche il discorso sui nervi cardiaci. «Isti nervi non tam facile ab Anatomicis observantur quoniam exiles sunt», a lato la risposta manoscritta del nostro commentatore: “Anzi quest'anno 1666 li abbiamo visti grossi ed evidenti in un cuore” (in latino).

Il testo a stampa prosegue a p. 75 con l'anatomia del cuore e delle sue funzioni. L'autore spiega che diverso è lo spessore delle vene e delle arterie, le prime hanno una sola membrana all'interno, che la natura ritenne sufficiente in quanto in esse deve scorrere solo sangue venoso, mentre le arterie sono addette al trasporto del «sanguis spirituosus». Infatti a p. 77: «Duplici propria tunica constat ideo Arteria…Natura duplici tunica dotavit Arteriam ut a continuo motu sanguinis non dilataretur…».

La circolazione e l'ossigenazione del sangue.

Il De motu cordis di W. Harvey era apparso nel 1628 e ristampato proprio a Padova nel 1643, ma i negatori della circolazione del sangue erano ancora molti. Quanto all'ossigenazione del sangue, essa viene descritta come un atto volto a refrigerare il cuore che si surriscalderebbe per il suo continuo moto. La distinzione fra vene e arterie, fra sangue venoso e arterioso, nasce da osservazioni, sia pure attente e perspicaci, di processi fisiologici che però saranno pienamente compresi solo molto tempo dopo. Quanto alla posizione del Marchetti sulla circolazione del sangue, essa appare deliberatamente non schierata, definendo egli i contendenti fra coloro qui «circulatione admittunt» e quelli che «non circulationem sanguinis statuentes» (p. 75 et alibi). Leggendo il testo per esteso, anche dove non tratta specificatamente del cuore, si ha talvolta l'impressione che la circolazione sia un dato acquisito, ma non pienamente consapevole.

Il Marchetti nel trattare il cuore in ogni suo aspetto non poteva certo tralasciare la vexata quaestio della pervietà o impervietà del setto cardiaco. Egli pensa che il setto sia impervio, come gli risulta dall'esame di numerosi cadaveri. Ma il Riolanus sull'autorità di Gerard Hoffmann afferma il contrario. Il nostro commentatore in una breve nota sul margine interno di p. 80 scrive: “qui (Hoffmann) in Institutionibus absolute negat”.

Nella stessa pagina troviamo inoltre una nota manoscritta che recita: “Et cum Riolano Molline. (però questo secondo nome è abraso con un tratto di penna che ha anche provocato una minima perdita del supporto cartaceo) hoc anno 1665 (?) negavit et palinodiam cecinit sicuti et anno 1666 negavit absolute sanguinem per septum transire posse a dextero in sinistrum ventriculum contra Gal. qui perforatum esse credebat” (“E con Riolano, Molinetti quest'anno 166? negò assolutamente che il sangue potesse passare dal destro al sinistro ventricolo attraverso il setto, in opposizione a Galeno che lo riteneva perforato”.In realtà Galeno pensava che una piccola parte del sangue venoso passasse dal ventricolo destro al sinistro attraverso pori invisibili. Qui, sempre secondo Galeno, sotto l'influenza del calore innato con l'aria che giunge dal polmone ad ogni inspirazione il sangue elabora quella forma superiore di spirito che è lo spirito vitale e lo distribuisce in tutto il corpo mediante la ramificazione arteriosa).

Curiosa nota che - dopo molte altre attribuite al Molinetti senza commento e che danno l'impressione di un'adesione indiscussa al suo pensiero da parte del nostro commentatore - stigmatizza senza pietà una contraddizione dello stesso Molinetti che un anno la pensa come Riolano e l'altro anno nega e ritratta.

Nonostante i contrasti e i ripensamenti delle parti in causa sembra di capire che la tesi della non pervietà del setto cardiaco alla fine prevalga.

Al margine inferiore di p. 81 che tratta di polmoni e bronchi, leggiamo una lunga nota manoscritta che vuole integrare il testo a stampa: “Inquit Moll. quod qer ingreditur asperam arteriam et bronchia prorefrigerio sanguinis contenti in vena arteriosa et arteria venosa, nam ubi adsunt asperae arteriae ibi etiam adsunt arteriae laeves scilicet vena arterisa (sic) et arteria venosa et aer qui continetur in asperis arteriis primo refrigerat per contactum arterias leves et postea sanguinem ipsum qui in ipsis moratur.

Exemplum habet de vino refrigerato nive, nam primum per contactum nivis refrigeratur et postea vase refrigerato, vinum; et non est verum quod aer ingredietur per laeves arterias ad cordis ventriculum, nam si hoc esset sequeretur quod laeves arteria essent perforatae et sanguis qui in ipsis continetur efflueret intra asperas arterias et sic et continuo sanguinem omnem expuerent. Quod est falsum. Et est opinio et inventum Andreae Cesalpini, qui negat fuligines dari in humano corpore”.

Nella seguente p. 82 continua il discorso sui polmoni e la respirazione. Diamo qui di seguito le note brevi ma interessanti che accompagnano il testo a stampa: “Animalia quae sinistrum ventriculum cordis habent etiam pulmonibus carent quasi pulmones sint facti pro dextero ventriculo cordis”; “Excepto Dolphino qui pulmones habet…ventrilucum cordis; alii pisces licet non habeant pulmones habent quid analogum, nam habent branchias…et sic cor refrigeratur vel per branchias…”. “Quomodo moveantur pulmones an a thorace ut volebat Galenus, quod negat Moll., videatur Cesalpinus in Quaest. Peripateticis lib. 3 cap. 4°”.

 

Il Capitolo XI si occupa degli organi vocali e della deglutizione (Devoci, Sermonis, Deglutitionis Instrumentis), ma anche della trachea che secondo il testo è costituita nella parte superiore di cinque cartilagini e un osso. Alcune sono parti della Trachea ma due ne sono separate: la tiroide e l'epiglottide.

A lato una nota del commentatore ci dice: “et ego hoc anno (1664) vidi Thyroidem osseam in sene aliquo et in senibus talis saepe apparet; quae cartilago etiam clypealis dicitur a forma clypei” (p. 84).

A p. 86 una nota manoscritta commenta il testo a stampa che tratta dell'apparato fonatorio: “Et si rima sive glottis sit lata, aspera arteria magna et sicca et pulmones validi, fit vox magna et sonora, si vero in glottis sit angusta aspera arteria lubrica…, pulmones ibecilles ut in mulieribus fit vox acuta et stridula. Ex Veslingio”.

Sempre su questo argomento così si esprime Marchetti a p. 87: «Ultima cartilago Epiglottis dicitur…musculos non habet…», a cui risponde una breve nota maoscritta: “Fabricius ad Aquapendente dicebat habere musculos quod est falsum”. Proseguendo, dopo aver descritto l'ugola e la sua costituzione muscolare, polemizza con Riolano che si attribuiva il merito della scoperta che invece toccava a Falloppio “in Animadversionibus Anatomicis pagina 238”.

Tocca poi alle tonsille, definite ghiandole e alle quali si attribuisce la facoltà di far sviluppare il gozzo (“vulgariter il Gosso”). Qui vale la pena di leggere la nota manoscritta correlata alle tonsille e al gozzo: “qui tumor il Gosso in regione quadam Bergomensi est morbus vernaculus sive endemicus. Falloppius credit per illas aquas”.

 

Il Capitolo XII tratta dei muscoli della parte superiore del corpo. Le note manoscritte non sono molte né molto significative, ma una, non per motivi strettamente scientifici, è davvero curiosa. Essa ci parla dei muscoli del torace: “Serrati vero inferiores ex sententia Moll. faciunt ad constritionem toracis (!) et per consequens expirationi inserviunt; hoc anno 1664 dixit facere hos muscolos ad delationem (recte dilatationem) thoracis”. E di seguito: “Aliqui existimant hos muscolos (serrati), tam superiores tam inferiores, habere originem suam in costis et desinere in vertebras et facere ad motus varios edendos in girum nempe flexi…ut faciunt circolatores (acrobati) sed falsum credunt et Molli., hoc anno 1661 hanc sustinet sententiam et hoc anno 1665 hoc asseruit, et credidit ac sententiam mutavit. Inconstantis hominis signum” (“E Molinetti nel 1661 condivise questa opinione e nel 1665 l'ha confermata e creduta e ora ha cambiato parere. Segno di un uomo incostante”). Questo è il secondo e più tagliente punto in cui il commentatore critica Molinetti per le sue contraddizioni.

 

Dal Capitolo XIII le annotazioni manoscritte si fanno più rade e in genere più brevi, pur continuando a riferire le opinioni del Molinetti nei modi che abbiamo già visto. Ma soprattutto si tratta di brevi postille volte a richiamare l'attenzione su qualche passo del contiguo testo a stampa. Il Capitolo XX e ultimo (pp. 171-180) non ha alcuna nota manoscritta.

 

MARCHETTI, Domenico. Figlio di Pietro e fratello di Antonio. Studiò presso l'università di Padova dove si laureò in medicina e dove, nel 1644, divenne collaboratore di Johann Vesling. Dal 1649 fu professore di anatomia e chirurgia succedendo a Vesling. Nel 1652 eseguì la prima nefrectomia della storia della chirurgia e nel 1665 pubblicò la prima descrizione di pericardite post traumatica. A lui si deve anche l'introduzione del metodo di iniettare i vasi sanguigni: con questa metodica riuscì a mettere in rilievo i più fini vasi arteriosi e venosi e ad evidenziare la loro continuità. Nel 1683 ottenne la cattedra di anatomia in primo loco dell'Ateneo patavino che tenne fino alla prematura morte. Conosciuto soprattutto come abile chirurgo, secondo Albrecht von Haller fu sottovalutato come anatomista, dato che la sua Anatomia cui responsiones ad Riolanum è ricca di osservazioni nuove e originali.

 

NLM 17th century, nr. 7414; Wellcome, IV, 51; Hirsch, IV, 128; Piantanida, nr. 1956.

 

[1]RIOLAN, Jean (Parigi, 1580-1657). Figlio di Jean il Vecchio (1539-1606), professore dell'Università di Parigi, del quale seguì le orme. Conseguito il dottorato in medicina (1604), venne chiamato al Collège Royal prima alla cattedra di medicina e botanica e successivamente a quella di medicina. Difensore ad oltranza della fisiologia galenica, combattè la medicina paracelsiana e ogni forma di ammodernamento della fisiologia. Ciò non gli impedì tuttavia di essere un fine anatomista. Nell'Antropographia (1618, 1626, 1649) descrisse i menischi articolari del ginocchio, il mesenterio, i canali spermatici e il complesso dei tre muscoli (detto mazzo di R.) che traggono origine dall'apofisi stiloide dell'osso temporale. Nell'Encheiridium anatomicum et pathologicum (1648) propose una trattazione sistematica insieme dell'anatomia normale e dell'anatomia patologica. Riolan accettò la maggior parte delle scoperte anatomiche del suo tempo, ma negò la loro efficacia e soprattutto che potessero invalidare la dottrina fisiologica e la patologia umorale galeniche. Polemizzò perciò con W. Harvey.

[2]VESLING, Johann (Minden, 1598-Padova, 1649). Dopo aver compiuto gli studi medici a Vienna si recò a Venezia, dove divenne insegnante di anatomia del Collegio medico. Nel 1632 fu chiamato alla cattedra di anatomia e chirurgia a Padova, dove, dal 1638, si dedicò esclusivamente all'insegnamento della chirurgia e della botanica. Nel 1648 compì un viaggio di studi in Oriente, riportando in Italia numerose piante rare. La sua opera più importante, Syntagma anatomicum (1641), fu tradotta in diverse lingue e più volte ristampata.

[3] MOLINETTI, Antonio. Dopo essersilaureato presso l'università di Padova, fece ritorno a Venezia, dove si distinse nella pratica medica e per la sua abilità nelle dissezioni anatomiche. Questo suo talento gli consentì di ottenere nel 1649 la cattedra di anatomia e chirurgia all'università di Padova, e a partire dal 1661, anche quella di medicina teorica, rimasta vacante dopo la morte di Liceti avvenuta nel 1657. La fama di Molinetti crebbe rapidamente, sia in Italia che all'estero. A lui si rivolsero il duca di Baviera e quello di Parma. A causa del suo atteggiamento presuntuoso e della sua incapacità di confrontarsi con i colleghi, tuttavia, il suo significativo contributo non fu per lungo tempo riconosciuto.

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