Di Tito Lucrezio Caro Della natura delle cose libri sei. Tradotti da Alessandro Marchetti lettore di filosofia e mattematiche [sic] nell'Università di Pisa et accademico della Crusca. Prima edizione

Autore: LUCRETIUS CARUS, Titus (99-94-55-50 a.C.)-MARCHETTI, Alessandro (1633-1714)

Tipografo: Giovanni Pickard

Dati tipografici: Londra, 1717


PRIMA EDIZIONE

 

In 8vo (mm. 193x115). Antiporta calcografica (firmata da Joseph Goupy) e pp. [18], 400, [8]. Fregio sul frontespizio e finalini xilografici. Esemplare completo della carta aggiunta dopo la prefazione che contiene la Protesta del traduttore a' lettori. Legatura coeva in piena pelle, dorso con fregi, tassello e titolo in oro (cerniera anteriore leggermente fessurata). Lieve alone al margine esterno delle prime carte, per il resto ottima copia fresca e marginosa.

 

PRIMA EDIZIONE, stampata postuma a Londra da John Pickard per le cure di P. Rolli, da non confondersi con la contraffazione di Losanna di François Grasset apparsa successivamente. M. Parenti (Dizionario dei luoghi di stampa falsi, inventati o supposti, Firenze, 1951, p. 116) individua tre elementi principali per distinguere le due edizioni, oltre alla carta che nella presente edizione originale presenta una filigrana con la sigla “G.I.” entro un cerchio: la contraffazione non ha il nome dell'incisore sull'antiporta, la quinta riga della seconda pagina della prefazione termina con “quello che” invece di “quello” soltanto e il rimando a p. 84 “Sian” è accompagnato da un apostrofo.

Alessandro Marchetti nacque vicino Empoli nel 1633. Decisivo fu per lui l'incontro con il principe Leopoldo de' Medici, il quale, colpito dal suo talento poetico, lo aiutò a passare allo Studio pisano, dove il Marchetti ebbe modo di frequentare le lezioni pubbliche di matematica e le attività sperimentali private di G.A. Borelli, da allora eletto a maestro e guida nella conoscenza della metodologia scientifica galileiana, e di stringere amicizia col nugolo di giovani ingegni che frequentavano Borelli, tra i quali erano L. Magalotti e M. Malpigli. Nel 1660 Marchetti ottenne una lettura di filosofia naturale, insegnamento che conservò fino al 1677. I suoi primi corsi furono orientati a esplorare la filosofia dei prisci filosofi e a confrontarla con Aristotele, stratagemma attraverso il quale riuscì a trattare di galileismo e cartesianesimo. Dopo il 1667 affrontò argomenti centrali della riflessione dei recentiores, come l'origine del moto, che lo portarono a insegnare una filosofia di stampo schiettamente atomistico-gassendiana. D'altronde, gli orientamenti culturali e le propensioni ideologiche del Marchetti trovarono, nello stesso giro d'anni, un definitivo assestamento in senso atomistico, favorito anche dalla traduzione del De rerum natura di Tito Lucrezio Caro, la prima in italiano, alla quale resta tuttora legata la sua fama.

L'opera, avviata nel 1664, fu completata intorno al 1668. A essa, oltre ai contenuti filosofici e scientifici centrali per la riflessione del tempo, è riconosciuto anche un alto valore poetico ed è considerata dai critici, a partire almeno dal Carducci, uno dei punti più alti della poesia italiana del tempo. Della traduzione esistono varie redazioni. Le prime, meno fedeli e letterali, risultano arricchite da aggiunte modernizzanti, quali gli elogi di Borelli [p. 36] e di Gassendi [p. 270], che svelano il significato profondo che il Marchetti attribuiva all'opera: manifesto di una sintesi culturale rivoluzionaria, in grado di collegare la nuova scienza dei moderni con la tradizione materialistica antica. L'accoglienza fu, nel complesso, piuttosto fredda. Alla ferma opposizione degli ambienti tradizionalisti toscani, fece riscontro l'entusiastica adesione del gruppo dei cosiddetti galileiani “borelliani” dello Studio pisano, propensi a considerare l'atomismo come la metafisica del galileismo. L'atteggiamento prevalente fu però improntato alla cautela, per impedire la rottura dei delicati equilibri del sistema politico-culturale toscano, in cui prevaleva la posizione di quanti, come Francesco Redi e Vincenzo Viviani, ritenevano sufficiente adottare un'interpretazione puramente metodologica del galileismo, avulsa da espliciti fondamenti metafisici. Tale circostanza non impedì un'ampia circolazione manoscritta della traduzione, anche se l'edizione a stampa fu bloccata dall'opposizione delle autorità toscane (divenuta definitiva negli anni Ottanta del secolo). L'opera fu pubblicata postuma solo nel 1717, a cura di P. Rolli a Londra, anche se è possibile che tale indicazione di luogo sia falsa e nasconda la tipografia napoletana di Lorenzo Ciccarelli. La vicenda della mancata stampa assume un significato emblematico, in quanto segnò la sconfitta personale del Marchetti e quella politica del suo gruppo a favore non dei tradizionalisti aristotelici, ma piuttosto dei “rediani”, che da allora diventarono il gruppo egemone della comunità scientifica toscana.

Fu, probabilmente, la delusione derivante dalle difficoltà incontrate per la pubblicazione del poema che indusse il Marchetti a ripiegare su tematiche più circoscritte, dando alle stampe volumi, pronti già da qualche tempo, le Exercitationes mechanicae (Pisa 1669), il De resistentia solidorum (Firenze 1669) e i Fundamenta universae scientiae de motu uniformiter accelerato (Pisa 1674). Il Marchetti raggiunse l'agognata cattedra proprio nel 1677, cattedra che mantenne fino alla morte. Nel 1684 a Firenze pubblicò il Della natura delle comete, contenente le sue osservazioni sulla cometa del 1680. Nella politica culturale del Granducato toscano era in atto un mutamento, che da lì a poco ebbe il suo momento apicale con la pubblicazione, nel 1691, di un decreto del segretario di Stato del granduca Cosimo III che intimava a tutti i lettori dello Studio pisano, pena l'immediato licenziamento, di non insegnare ‘pubblicamente né privatamente in scritto o in voce, la filosofia democratica ovvero degli atomi, ma solo l'aristotelica' (R. Galluzzi, Istoria del Granducato di Toscana, IV, Firenze 1781, p. 409). Il Marchetti, prudentemente, si conformò al volere del sovrano, tacendo e rifugiandosi in una routine didattica movimentata solo dalla sua antica passione poetica. Raccolse i versi pubblicati negli anni precedenti da più parti, la maggior parte su fogli sparsi, e con l'aggiunta di altri li stampò nel Saggio di rime eroiche, morali e sacre (Firenze 1704); tentò una traduzione italiana dell'Eneide di Virgilio, ma non andò oltre il quarto libro e la lasciò manoscritta; pubblicò una traduzione di rime di Anacreonte (Anacreonte tradotto dal testo greco in rime toscane, Lucca, 1707) che, messa all'Indice con decreto del 22 giugno 1712, divenne molto rara e ricercata..

Nel 1695 il S. Uffizio romano cominciò a indagare sulla traduzione di Lucrezio, individuandone l'autore e cercando di tenere sotto controllo la circolazione delle copie manoscritte. Solo dopo la morte del Marchetti, avvenuta il 6 settembre del 1714 nel suo paese natale di Pontorme, in seguito alla pubblicazione londinese postuma del 1717, il libro fu messo all'Indice, in prima classe, con decreto del 16 nov. 1718 (cfr. C. Preti, Marchetti, Alessandro, in: “Dizionario Biografico degli Italiani”, LXIX, 2007, s.v.).

 

Catalogo unico, IT\ICCU\PUVE\005186; Gordon, 196; Parenti, 333; Gamba, 1971; Brunet, III, 1222; Graesse, IV, 290.


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