La Giusta Statera de Porporati. Manoscritto su carta. Roma, ca. 1645-1649

Autore: ANONIMO DEL SEICENTO - 17TH-CENTURY ANONYMOUS AUTHOR

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In folio (mm. 275x210). Pp. 136 numerate anticamente, di cui le pp. 34-42 sono bianche salvo che per il numero di pagina. Cartoncino originale beige legato alla rustica con titolo manoscritto sul piatto anteriore racchiuso entro quattro fregi calligrafici (minime mancanze). Internamente qualche piccolo strappo marginale senza danno al testo, specchio di scrittura un po' brunito per l'acidità dell'inchiostro. Scritto uniformemente in una scrittura cancelleresca di grandi dimensioni e buona leggibilità. Ottima copia genuina ed intonsa con barbe.

 

«Sono state così vive le istanze fattemi da Vostra Altezza ch'io dovessi descrivere non solo la discendenza de Cardinali Papabili, i loro genii, virtù, adherenze, costumi, ricchezze, nascita, da chi siano stati promossi. Per qual cagione, se per meriti o per benevolenza, o per discendenza o di compre d'Offizii, se hanno sostenuto cariche e come si siano portati in quelle, se possino giungere al Pontificato […]». Si apre con queste parole uno dei libelli più pungenti e vivaci, ma anche meglio informati (seppur infarcito di insinuazioni oscene, esagerazioni e scarsa equità di giudizio), di tutta l'ampia libellistica anti-Barberiniana.

 

L'anonimo autore si firma alla fine dell'opera con un «Di Vs. A[ltezza] S[erenissima] Hum.mo et Devotiss.mo serv.re N. N.». Che sia o meno finzione letteraria, l'autore del pamphlet intende produrre su richiesta di un potente dei dossier accurati per ciascun membro del Sacro Collegio. Egli, nel preambolo, promette di biografare cardinali “papabili”, cosa che appare evidentemente assai impegnativa, ma che fa pensare anche alla possibilità di un imminente conclave. Gli anni in cui è stata redatta la Statera, sono i primi del pontificato di Innocenzo X Pamphili e vanno dal settembre 1644 al gennaio 1655, ma sia per l'età avanzata del papa sia per la sempre possibile evenienza di morti rapide ed improvvise, così comuni in quell'epoca, la documentazione non appare intempestiva.

L'opera si colloca a pieno titolo a ridosso e nel contesto dell'«era» barberiniana, in quel tempo di nepotismo e corruzione che caratterizza il pontificato di Urbano VIII, quando nel Sacro Collegio, oltre al papa stesso, sedevano il di lui cognato L. Magalotti, un di lui fratello e due suoi nipoti.

Della Statera esistono numerosi esemplari manoscritti in biblioteche italiane ed europee, ma quasi ogni esemplare si distingue dagli altri per il numero di biografie che contiene e, talvolta, anche per i contenuti, più o meno pungenti. Ciò è dovuto in parte alle morti e al conferimento di nuove porpore che si susseguivano con una notevole frequenza. Urbano VIII durante il suo lungo pontificato aveva creato 74 nuovi cardinali, Innocenzo X 40 in soli dieci anni. C'è poi da tenere in considerazione anche il fatto che la Statera continuò ad incuriosire ed essere letta anche quando il suo ruolo di instant book si andò esaurendo.

 

La presente copia è divisa in due parti: la prima ci dà i profili dei primi 12 cardinali eletti da Innocenzo X, a cominciare dal nipote Camillo Pamphili di anni 21, figlio della famigerata donna Olimpia Maidalchini. La seconda parte, dopo otto pagine lasciate bianche, si apre col nome del nipote preferito di Urbano VIII, Francesco Barberini di anni 49 al momento della redazione del testo. L'autore della Statera lo considera responsabile, insieme al fratello Antonio, della sconfitta nella prima guerra di Castro e, più in generale, di aver scatenato una serie di conflitti in tutta Italia, destabilizzando gli equilibri fra le grandi potenze del tempo. Francesco Barberini, inoltre, viene accusato di aver rimesso in auge per se stesso il titolo di “Cardinale Padrone”. Ambiziosissimo e avido, trattava con tutti i principi e tutte le teste coronate della Cristianità, promettendo e di norma venendo meno alle sue promesse.

Egli aveva in mente la creazione di un feudo indipendente governato dal fratello Taddeo, Gonfaloniere di S. R. Chiesa. Nei 21 anni di cardinalato sotto lo zio Urbano VIII «[…] si era assorbito più di sessanta Abbadie di grossa rendita, era vice cancelliero di Santa Chiesa et haveva deciotto Protettioni di Monasterii di frati e monache et insomma era divenuto un Guardarobba di Benefici Ecclesiastici e la Corte di Roma era ridotta a tal termine che non si prendeva servitore, per vile che fosse, che non l'havesse anteposto Barberini e questo non per altro fine che per tenere spie in ogni Casa per sapere tutto quello che in esse si trattava e negoziava, sicché ritrovandosi come s'è detto la Camera Apostolica molto esausta et impegnata, con tutto lo stato ecclesiastico non poco aggravato di gabelle et altre gravezze, Innocentio X per non udir più le querele e li continuati richiami dell'Universo contro il suddetto e per amministrare la vera giustizia lo fece citare a dover dare i Conti, non in generale ma per via particolare di alcune cose da lui amministrate, il quale più tosto volse riconoscersi rea e sodisfare con la sua fuga in Francia, che rendere i Conti dovuti al suo supremo signore» (pp. 42-44).

Quanto a Don Antonio Barberini Junior, fratello minore di Francesco, fin da giovanissimo smaniò per diventare cardinale, tanto che lo zio, per tenerlo buono, lo fece priore dell'Ordine dei Cavalieri di Malta per la Provincia romana, con grande irritazione dei cavalieri stessi. Il Papa lo nominò cardinale a soli vent'anni. Questo gli permise di accumulare titoli e benefici e di ricoprire incarichi politici e diplomatici. L'autore della Statera lo loda per la sua generosità nello spendere e nel trattare gli amici della famiglia, cosa che gli attirava molte simpatie. Era amante del bel sesso, per il quale aveva speso somme ingenti. Viene lodato anche per il suo valore militare nella guerra di Castro accanto al fratello Taddeo, generale dell'esercito pontificio.

Poi, con stupore del lettore moderno, viene invece censurato per avere mal gestito una vicenda, di cui diamo un sintetico resoconto. Nello stesso periodo in cui Antonio si trovava nel Bolognese, accadde che due dei suoi uomini rapirono dal convento della Maddalena di Bologna due monache e, dopo averne abusato, le uccisero. L'evento suscitò grande clamore e l'arcivescovo di Bologna, il cardinal Girolamo Colonna, una volta individuati i colpevoli, volle istruire il processo, ma fu convinto da Antonio Barberini a non farlo. Ora la critica della Statera consiste in questo: Antonio doveva permettere il processo, farli condannare al patibolo e poi graziarli. Era una questione di etichetta! Dopo la caduta dei Barberini i due rei furono processati e impiccati.

Pettegolezzi, maldicenze e libelli accusatori esistono da sempre, ma, se da cardinale ci si comporta in modo così sfrontato, si diventa protagonisti di racconti di fatti ancora più turpi. La corte di Francia apprezzava i servigi del Barberini, a tal punto che avendo egli avuto uno scontro piuttosto serio coll'ambasciatore d'Estrées a Roma, sebbene le maggiori responsabilità fossero del Barberini, Richelieu richiamò il suo diplomatico. Attingiamo ora da La giusta Statera de' Porporati nell'edizione a stampa di Ginevra [i.e. Amsterdam] 1648, che offriamo insieme al manoscritto e di cui forniamo una descrizione bibliografica più sotto. In essa l'episodio descritto sopra si dilata fino ad affermare che il Barberini «ingravidò la figlia del Marchese di Covré Ambasciatore di Francia» (più correttamente: d'Estrées de Coeuvres) e il padre, che era stato maresciallo di Francia, uomo durissimo, l'avrebbe uccisa a Caprarola (terra dei Farnese), per poi unirsi al duca di Parma allo scopo di vendicarsi del Barberini. Ora, dalle nostre ricerche risulta che l'unica figlia del Duca d'Estrées viva e non sposata al momento della lite aveva un solo anno di età.

 

Di un altro fatto gravissimo, anche questo accaduto a Bologna, la Statera attribuisce invece la responsabilità al cardinale Bernardino Spada: si «[…] dice che abbia hereditato la maggior parte de' beni di Andrea Casale bolognese con esser stato il principale instrumento della sua ignominiosa morte nelle Galere […]». La vicenda avventurosa e tragica del senatore bolognese A. Casali, soldato creduto morto e riscattato dalla prigionia dei saraceni dopo 25 anni, è degna di essere narrata da un grande drammaturgo. È vera e suffragata da numerosi documenti coevi. Se ne può leggere un buon resoconto scritto da G. P. Brizzi per il Dizionario Biografico degli Italiani alla voce dedicata. Nella Statera il cardinale Spada non è mai menzionato e il cattivo di turno è ancora una volta un amico di Antonio Barberini, Ferrante Casali, cugino della vittima.

 

I costumi alquanto violenti dell'epoca emergano anche in un ulteriore episodio narrato nella Statera. F.M. Brancaccio, vescovo di Capaccio, «[…] per alcuni interessi di giurisdizione ecclesiastica venendo in disordine con un Capitano spagnolo inviato in quella città [Capaccio] dal Viceré di Napoli e dopo le parole venendosi alle mani restò ivi morto il suddetto capitano per una archibuggiata tiratala dal suo [di Brancaccio] Castrato […]». Convocato dal viceré a Napoli per dar conto del fatto, Brancaccio va sì a Napoli, ma nottetempo «con una felluca sottile per mare» se ne fugge a Roma, dove informa dell'accaduto il papa che approva e loda il suo comportamento, e in un Concistoro tenutosi non molti giorni dopo lo fa cardinale, in modo che in qualità di principe della Chiesa non sia più molestato degli Spagnoli. Si noti anche tra i favoriti del suddetto vescovo la figura del castrato: in quei tempi infatti la maggior parte dei prelati, specialmente cardinali, avevano a disposizione donne e fanciulli, ma soprattutto giovani castrati.

 

Il presente esemplare della Statera ci fornisce poi, tra gli altri, anche i profili dei Cardinali Albornoz († 1649), Antonio (Marcello) sr. Barberini († 1646), Fr. Maria Farnese († 1647), O. Giustiniani († 1649) e G. Dom. Spinola († 1646), che in molti altri esemplari non sono presenti.

La voce dedicata al Farnese è preceduta da una croce per indicarne la morte, di cui tuttavia non si parla nel testo. La croce, per colore dell'inchiostro e ductus, pare essere della stessa mano che ha vergato il manoscritto. Lo stesso può dirsi di quella di O. Giustiniani. È inoltre presente la biografia di Giov. Casimino Vasa, il quale, creato cardinale nel 1646, rinunciò alla carica nel 1647 per salire al trono di Polonia.

 

Nella redazione di questa scheda abbiamo attinto a piene mani al saggio di Claudio Costantini, Fazione Urbana, Sbandamento e ricomposizione di una grande clientela a metà Seicento (Genova, 2004). È un lavoro di ampio respiro, frutto di un'indagine approfondita del materiale archivistico, di cui la Statera è solo un capitolo – anche se decisamente il più avvincente e ricco di connessioni -, che ben interrogato permette risposte interessanti.

Il Costantini ha consultato e confrontato un certo numero di manoscritti dell'opera conservati nelle biblioteche italiane e alla Vaticana, ed ha avuto a disposizione una copia a stampa della Statera nella stessa edizione qui da noi offerta insieme al manoscritto e qui di seguito descritta.

 La giusta statera de' Porporati, dove s'intende la vita, la nascita, adherenza, possibilità ricchezza, offitii, le dignità, le cariche di ciascun Cardinale oggi vivente […] con l'aggionta delli penultimi sei Cardinali promossi da Innocenzo X l'anno 1648. Genevra [i.e. Amsterdam], 1650.

In 12mo (mm. 121x67). Pp. 300. Manca la carta A1 bianca. Pergamena semirigida coeva con capitelli e nervetti passanti, bel titolo manoscritto sul dorso (un po' sporca, manca il risguardo libero posteriore, piatto posteriore in parte staccato dal volume). Leggere bruniture e fioriture uniformi. Alla Statera, che finisce a p. 260, segue Il ricorso di Pasquino ad Appollo contro D. Olimpia e la correttione di Appollo fatta al Papa. L'intera opera si può leggere online cercando, C. Costantini, Fazione Urbana. Appendice III. L'edizione di Amsterdam.

 

In conclusione, si può sostenere che, affiancando il manoscritto qui presente, che è particolarmente ricco, in quanto offre ben 68 profili biografici, omettendo solo quello di Michele Mazzarino, fratello del più celebre Giulio, nominato cardinale nel 1647, all'edizione a stampa qui descritta, si giunge ad un esaustivo resoconto anagrafico del Sacro Collegio verso il 1648.


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